La fissità stilistica è la cifra prima di questa magnifica apocalisse letteraria: le parole si riducono alla stregua del contesto, cinque aggettivi per descriverlo sono già tanti. Cinereo, silenzioso, desolato… morto. E’ inutile anche la scansione narrativa in capitoli, in un mondo che tanto non si evolve, a stento ancora si muove.
Eppure, sottratto all’essere umano l’umanità, resta l’essere. Scevra anche dal ricordo di un altro tempo, l’infanzia del bambino si afferma nella sua accecante purezza. Non mangiare un altro uomo quando non c’è altro cibo, condividerlo invece finchè ce n’è. E’ così sottilmente condotta, questa battaglia per la sopravvivenza (dei valori), che ogni Ok del bambino è una stilettata nelle viscere.
Dammi la mano, disse. Non le dovresti vedere certe cose.
Le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre?
Sì.
Stai tranquillo, papà.
Come stai tranquillo?
Ormai ci sono già entrate.
Non voglio che guardi.
Ci rimarranno lo stesso.
Se solo il mio cuore fosse pietra, questo libro potrebbe essere definito triste. Quando invece è ben di più.
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