La serata al Teatro degli Arcimboldi costituisce la clamorosa smentita al mio assioma personale, frutto di precedenti esperienze, che voleva esistessero due Goran Bregovic: il compositore, che va in scena a teatro, e il direttore della Wedding & Funeral Orchestra, la cui espressività coinvolgente è incontenibile al chiuso.
Certo, il mio ingresso (ritardatario) nella sala è avvenuto all’insegna di un riverente silenzio, caldamente raccomandato dalla maschera che quasi non voleva più farmi entrare. Non poteva difatti sfuggire la liricità, e del brano e dell’esecuzione, fisicamente impersonata dai sei imponenti (quasi monumentali) cantori. Mi aspettavo, in buona sostanza, di assistere a una riedizione di quanto accaduto nel 2003, per la Karmen con lieto fine.

Non avevo però considerato le dichiarazioni dello stesso Bregovic a proposito dell’ultimo album Alkohol, uscito all’inizio dell’anno: “La prima parte, Rakija, prende il nome dalla bevanda alcolica nazionale serba ed è stata registrata dal vivo a Guca nell’estate 2007. Le canzoni registrate a Guca non sono mai state pubblicate prima, e devono essere ascoltate e danzate sotto l’effetto di forti superalcolici… La seconda parte è quella più raffinata, lo champagne del disco… Due modi diversi di godersi la vita”.
Questa dualità è stata riproposta sul palco: archi contro ottoni; il potente percussionista (e cantante) Alen Adamovic (vero erede di Goran per presenza scenica e versatilità) opposto alle note purissime di cui sono capaci le due voci bulgare, Ludmila Radkova Trajkova e Daniela Radkova Aleksandrova.
Persino loro hanno talvolta faticato a disciplinare gli animi quando, esauriti i ritmi più tirati dei pezzi precedenti, all’atmosfera surriscaldata subentrava un’aura di sacralità. Addirittura, giunti a In the Death Car, Goran in persona ha dovuto rivolgersi al pubblico perchè lo “aiutasse” a eseguire il brano (una delle poche volte in cui era lui a cantare): “No no, niente clap clap qui, non va bene. Fate la la la, se siete capaci”.
Detto fatto, il pubblico si è intenerito fino a divenire il coro perfettamente intonato di una vita molto romantica. Salvo essere sempre pronto, all’occasione, per applaudire o acclamare… e scatenarsi in danze improvvisate, sì.

All’interno del serioso Teatro degli Arcimboldi, ebbene, si sono alzati in tanti per partecipare attivamente allo spettacolo, ballare non uno ma innumerevoli brani: a partire dalla marcia serrata inneggiante al Messico, è stato un susseguirsi di braccia alzate e sirtaki tra i sedili ormai vuoti. Fino ai cavalli di battaglia sul finale, Mesecina Moonlight o Kalasnjikov con attacco italianizzato: è stato il trionfo della festosità popolare (non pop), dei Balcani che svecchiano l’Europa.
Al punto che il mio assennato accompagnatore è giunto a confessarmi, con un sorriso estatico: avrebbe voluto disporre di “tre bombe a mano per improvvisarsi giocoliere”. Non è fanatismo, ma la dovuta citazione a un equivalente visivo della musica di Bregovic, le pellicole di quel suo amico regista Emir Kusturica…