Il padiglione UBPA B3-2 è stato realizzato dallo studio Archea dopo aver vinto il relativo concorso a inviti, indetto dall’Expo e dal Ministero dell’Ambiente italiano come parte di un programma di cooperazione. È stata la committenza a stabilire i requisiti minimi della costruzione: il padiglione consiste in un contenitore rettangolare, avente una base di 78 per 28 metri, il cui spazio interno è del tutto sgombro da pilastri e altri elementi intermedi; si tratta quindi di uno spazio espositivo neutro, atto a ospitare gli allestimenti relativi a Bologna, Shenzen e Seul, le città selezionate per partecipare all’esposizione.

Volutamente, l’involucro rinuncia a competere sul piano volumetrico con gli altri padiglioni espositivi, definendosi piuttosto come un luogo di passaggio, una piazza coperta dove sostare o una loggia percorribile. Risulta quindi una continuità tra la visita al singolo padiglione e quella alla Urban Best Practices Area nel suo complesso, cui la costruzione si lega attraverso quattro grandi porte contrapposte, ritagliate sulla sua superficie.
Proprio l’esterno dell’involucro caratterizza maggiormente il padiglione, con un trattamento a metà tra lo spazialismo estroflesso di Castellani e le esperienze optical: le lastre di cartongesso che costituiscono le pareti sono forate da una teoria di finestre quadrate, a dimensione variabile, disposte obliquamente; il rivestimento in tessuto siliconico dei telai di alluminio, infine, rende la pelle esterna una superficie morbida e vibratile. La tamponatura, grazie alla stratificazione dei livelli, acquisisce intanto spessore e capacità termica: al suo interno è situata una camera d’aria, mentre pannelli metallici con schiume poliuretaniche interposte sono ancorati alle colonne portanti, realizzate con semplici profili “a H”.

Lo studio Archea ha trasformato il tema della scatola neutra in un meccanismo per la diffusione della luce naturale, in grado di illuminare lo spazio per tutto l’arco della giornata senza ricorrere al consumo di altri fonti energetiche. La copertura è concepita infatti come una struttura a shed, le cui travi presentano una struttura in acciaio rivestita, a costituire una sequenza di superfici riflettenti capaci di diffondere la luce secondo un orientamento zenitale.
Dallo stesso manufatto, disegnato per essere smontato e rimontato altrove, è possibile recuperare oltre il 90% delle sue componenti, grazie alla struttura in acciaio e all’utilizzo di tecnologie a secco.





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Articolo pubblicato sul numero 26 (anno I) di Infoprogetto (21 luglio 2010).
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