Non so se succeda ancora, ma quando vivevo a Bologna c’era un certo giorno della settimana in cui una band di jazzisti avanti negli anni si ritrovava in uno scantinato a suonare: uno studente veniva a conoscenza dell’evento solo con il passaparola e, se ne eri fortunatamente coinvolto, ti presentavi all’ora stabilita davanti a un anonimo portone, davanti al quale che strano la gente aspettava in silenzio. Questo è quello che ho scritto in studentato di ritorno da una di queste serate clandestine, contagiata dalla malinconica bellezza di certa musica e di certe storie sentimentali. Oltre che dal Negroni a stomaco vuoto che avevo effettivamente bevuto.