08.Giu.10

“Il filo rosso” di Paola Barbato (Rizzoli)

A prima vista, il mite ingegnere Antonio Lavezzi non suscita alcuna curiosità. Eppure, sono in molti a parlare alle sue spalle del passato che lui fa di tutto per ignorare: la morte della figlia Michela, barbaramente uccisa, evento di cui lui è stato primo testimone e seconda vittima, picchiato a sua volta dall’assassino. Il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Barbato sembra però non voler mai uscire dal coma, dal quale pure si è risvegliato. Finché un giorno il filo rosso del dolore “si tende, strappa tutto, apre la pelle. E se lo segui, se guardi dove va a finire, va a finire dentro a un altro. Un altro come te. Un altro che lo sa.”A prima vista, il mite ingegnere Antonio Lavezzi non suscita alcuna curiosità. Eppure, sono in molti a parlare alle sue spalle del passato che lui fa di tutto per ignorare: la morte della figlia Michela, barbaramente uccisa, evento di cui lui è stato primo testimone e seconda vittima, picchiato a sua volta dall’assassino. Il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Barbato sembra però non voler mai uscire dal coma, dal quale pure si è risvegliato. Finché un giorno il filo rosso del dolore “si tende, strappa tutto, apre la pelle. E se lo segui, se guardi dove va a finire, va a finire dentro a un altro. Un altro come te. Un altro che lo sa.”

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libri-barbatoL’unica volta che ho incontrato Paola Barbato, le ho posto una sfilza di domande. Di tutto quello che ho potuto chiederle, leggendo le prime pagine del nuovo romanzo Il filo rosso mi sono come abbia potuto sfuggirmi un quesito fondamentale: come fa, a pensare e scrivere certe storie?
A leggere i suoi romanzi e i turbamenti di cui sono latori, t’immagini che anche la sua personalità debba essere in qualche modo disturbante. In un modo evidente, per giunta, tutto proiettato all’esterno com’è il suo stile. Invece, è proprio una persona a modo.
Non che sia impossibile scrivere thriller senza presupporre un’affinità mentale con i personaggi. Il fatto è: la Barbato non scrive thriller, o quantomeno non rispetta le regole del genere. E lei lo sa, forse un giorno lo capiranno anche in Rizzoli (la copertina di Mani Nude, che errore grossolano). Sarà per questo che leggo i suoi libri.

Tanto per cominciare, di tre opere che ha scritto mai che il protagonista sia l’investigatore. Come ha scritto sul blog inaugurato per la nuova uscita, ha compiuto un movimento a L: dritto dal carnefice di Bilico alla vittima di Mani nude (e il passo è più breve di quanto s’immagini), poi scarto laterale verso il testimone de Il filo rosso.
É facile, e per l’autore e per il lettore, immedesimarsi in chi conduce l’indagine, perché il dramma diventa un esercizio di logica: intrigante, velatamente morboso perché nella mente dell’assassino devi pur finirci, ma di riflesso, con l’attenuante che lo fai per incastrare il criminale. L’alibi morale ha un grosso peso nei meccanismi dell’identificazione e, quindi, nel potenziale interesse che è in grado di suscitare il libro. Qui non ci sono scuse, neppure l’ultimo baluardo dell’opera di fantasia: se non è una storia vera, è terribilmente possibile.
Da cui, la domanda: come fa Paola Barbato ad affondare in modo così sistematico nelle cellule tumorali della nostra società?
Sembra che le sue opere nascano da una spassionata indagine conoscitiva, dall’esigenza di definire anche quanto è in apparenza più distante da noi. Non per esorcizzarlo, anzi per prendere coscienza di quanta parte del racconto possa risuonare dentro di noi: più difficile nel caso di Bilico, sempre più potentemente con le vicende di Batiza e, ora, di Antonio Lavezzi.

É Lui, l’Assassino, che promette al protagonista una vendetta non cercata, a spiegargli che
Siete tutti uguali, Antonio. Tutti avete perso qualcuno, siete il terzo vertice del triangolo. Ogni volta che viene commesso un crimine o un delitto tutti ragionano in linea retta: vittima-carnefice. Ma c’è un terzo punto di vista, quello di chi rimane. Chi rimane vivo, chi rimane in attesa, chi rimane e combatte, contro tutto e tutti, contro quell’ingranaggio farraginoso che si chiama “Giustizia”. Rimangono, sono i sopravvissuti. Siete i sopravvissuti, tutti voi. Annaspate nel sangue delle vittime che vi vengono sottratte, osservate impotenti i carnefici che vengono giudicati innocenti, infermi di mente, spogli di prove sufficienti che li inchiodino. Sopravvivete a tutto questo, e ciò fa di voi degli eroi.

A più riprese, Antonio fa di tutto per smentire questa nomea. Persa la figlia e il mondo con lei, fa della rassegnazione alla mera sopravvivenza il suo tratto distintivo. Anche quando gli viene offerta la vendetta su un piatto d’argento, lui dubita.
L’Assassino se lo spiega chiamando in causa il candore di Antonio. Personalmente, credo che l’indagine trasversale di Lavezzi a proposito degli altri complici dell’Assassino, i testimoni in cerca di una giustizia privata, inerisca più la paura e l’autodifesa che una presunta qualità positiva. Come mi ha scritto Paola Barbato quando le ho sottoposto il dubbio, Antonio rimane coerente con la sua natura, uguale a se stesso. Si forza a fare le cose, ma non cambia mai nel profondo.
Ha ragione la moglie di Lavezzi, gli sfugge il fattore umano: infatti, si mette a contare i bruti già assassinati per capire a quante vendette altrui dovrà ancora partecipare per ottenere la propria. Letteralmente, Antonio mostra un desiderio di capire che si traduce in un regolamento di conti: non è altrimenti capace di affrontare il dolore, che infatti ha rifiutato per così tanti anni.
Antonio agisce, ma non prende l’iniziativa. L’unica volta che decide da sé, trasgredendo alle regole (seppure quelle omertose imposte da un folle giustiziere), è in preda a un’ansia di controllo che vuole escludere brutte sorprese: la sua interrogazione è coraggiosa, ma non altrettanto paiono le motivazioni alla base.
Lavezzi sembra quindi un altro protagonista dipendente dall’assassino, come già nei precedenti libri della Barbato. Di fondo, forse, la convinzione che anche l’amore non sia altro che un rapporto di forza.

Eppure, dal momento che stavolta la dipendenza tra i personaggi viene mediata dal filo rosso del dolore comune, Antonio si distingue dai precedenti nel momento in cui rifiuta quest’eredità, rinnegando l’assioma dell’Assassino secondo cui i mostri generano altri mostri.
L’arma bianca che Lavezzi eredita sul finale simboleggia appunto il suo rifiuto a impersonare un ruolo preciso nel ciclo del dolore (carnefice, vittima, testimone): quando Danko torna a essere un cane, al di là dei condizionamenti esterni, lo stesso Antonio si arrende alla sua più profonda natura.
Diversa da quella di Clelia, dell’ex moglie Lara, delle madri che l’Assassino definisce carnefici naturali, dotate dell’istinto naturale a dare come a togliere la vita. Per sua stessa ammissione, Lavezzi è solo un padre.
«E sono un uomo debole e ottuso. Un uomo vigliacco che ha cercato di salvarsi invece di salvare. Ma in quest’ultimo anno di vita ho avuto modo di guardarmi bene dentro e vedere che c’è poco da salvare. Non valgo un decimo di Lara. Non valgo un decimo di Enrico, Clelia, nemmeno di Melotti, non ho il loro fegato, la loro determinazione. Non sono capace di un’empatia così profonda e di un odio così definitivo.»
«Quindi?»
«Quindi sono un uomo a perdere. Tanto vale perdermi.»
A dispetto anche della sua più risoluta affermazione, Antonio non farà altro che ritrovarsi. Nei propri limiti, se si guarda al personaggio dall’ottica del thriller; nella sua indebellabile umanità, più probabilmente.

La complessità contraddistingue altri personaggi: l’Assassino, manco a dirlo. La stessa Barbato rifiuta di analizzare il personaggio, lasciandogli l’inedito privilegio di parlare in prima persona; forse anche spezzando il ritmo della storia, con un intermezzo che apre un’altra narrazione, che il lettore non ha neppure chiesto di ascoltare e può darsi non sia preparato a leggere, incidendo una ferita nel romanzo più che una semplice parentesi. A Lui si lascia quindi, ancora una volta, la possibilità di non dire, non spiegare. Parafrasando il suo stesso racconto, è difficile spiegarlo.

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