16.Feb.08

Daniele Puppi, La percussione dello spazio – Milano, Hangar Bicocca

Incontro esplosivo di un artista con la periferia. Daniele Puppi si impadronisce con pochi mezzi ed un risultato stupefacente dello spazio espositivo più impersonale di Milano, l’Hangar Bicocca. E’ un ambiente che ha rifiutato di […]

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Incontro esplosivo di un artista con la periferia. Daniele Puppi si impadronisce con pochi mezzi ed un risultato stupefacente dello spazio espositivo più impersonale di Milano, l’Hangar Bicocca.

E’ un ambiente che ha rifiutato di attribuirsi un’identità, soprattutto una nuova identità, per rimanere non-luogo periferico, privo di caratterizzazione se non quella del degrado urbano, quella bellezza casuale apprezzata dalle avanguardie. Sarà questa tradizione, letteralmente underground, che sospinge gli artisti d’oggi ad esporre all’Hangar Bicocca, dal leggendario Ansalm Kiefer che ha piantato nel cemento di Milano i suoi Sette Palazzi Celesti (si spera, nuovamente visibili in breve tempo).

Attualmente, l’Hangar sta facendo del suo meglio per essere ancora più inospitale del solito. Nessuna segnalazione o quasi, ci si inoltra attraverso strade sterrate e polverose nel mezzo di un cantiere aperto, fino alle porte (chiuse) del capannone più piccolo. Lavori di ristrutturazione, si giustificano. In fondo si auspica non stiano rendendo la location troppo più accogliente. Perchè piace così. A Daniele Puppi (classe 1970), che ha accettato questo momento di transito per la sua prima esposizione italiana. Decidendo per l’occasione di prodursi nella propria sedicesima Fatica. Mai titolo fu più appropriato, indice del dialogo serrato tra l’artista ed uno spazio ancora memore del proprio passato industriale.

Schiudendo le porte dell’hangar ci si trova subito accolti. Questo abbraccio gargantuesco dista diversi metri dall’entrata, proiettato sul fondo opposto, eppure è la distanza giusta per apprezzarne appieno la collocazione, la distensione orizzontale che ingloba tutto lo scenario. Il tempo di adattarsi alla mancanza di luce e si sperimenta la prima sorpresa: la videoinstallazione si sbalza sull’asse verticale, le mani fuoriescono dal fondo come a voler raggiungere lo spettatore appena entrato. E’ un’aggressione che, seppur cauta, non manca di contrarre lo spazio vitale in pochi attimi. Poi subentra l’audio e si muore. Seppur una piccola morte. Quei dischi metallici sono piatti da orchestra, gong che risuonano con prepotente violenza in un universo vuoto. Scomparse le riminiscenze infantili delle parate in giorni festivi, è il risuonare dell’Apocalisse. Il mondo ci trema attorno, il cuore impazzisce e si ha paura di non essere ancora pronti. Chi lo avrebbe pensato, che nel caos di questa realtà esistesse ancora un rumore, un solo gesto, così primitivo, in grado di spaventare profondamente.

La Fatica sta nel sopportare. Accettare anche questo, abituarsi all’impatto. Apprezzarlo, persino. Assaporare quell’alternanza tra pieno e vuoto, silenzio ed evento che le percussioni vanno a ritmare. I piatti oscillano e si sente l’aria spostarsi attorno, lo spazio virtualmente immenso nella sua utilitaristica geometria si compatta, diventa denso e tangibile. E poi ancora, un altro colpo lo taglierà di netto, i piatti feriranno il torpore. Attendere l’eco successiva, la mistica decongestione dell’ambiente, i sensi che si calmano, l’istintiva ripresa di respiro. Sottoporsi allo sforzo fisico per farne elemento catartico, promotore di un nuovo adattamento all’ambiente. Tanto che infine, camminando per l’hangar alla ricerca di nuove percezioni, i punti non coperti dagli altoparlanti, i luoghi morti saranno sì tranquilli attimi di ristoro, ma così privi di pienezza e vitalità. Come in apnea sul fondo dell’acquario, si tornerà a cercare il caos primordiale.

Quanto si può resistere? E’ solo l’ennesima emozione forte, più forte di quelle già non deboli della quotidianità? E’ un’esperienza dotata di spessore, in grado di mettere alla prova (se non spezza, fortifica)? Appunto: cosa saremo, dopo? La bellezza di un’opera così totalizzante, così disposta a farsi vivere, sta nella possibilità che lascia a ciascuno di potersi rispondere da sé. Non bisogna lasciare all’hostess il potere di stabilire quando spegnere l’audio.

Daniele Puppi – Fatica 16, 2008

dal 30 gennaio al 7 marzo 2008

Milano, Hangar Bicocca (ingresso nuovo in via Chiese)

Martedì-domenica 11:00-19:00, giovedì 14:20-22:00

Ingresso gratuito

Curatore: Federica Schiavo

Catalogo: Electa

Ufficio stampa: Lucia Crespi (lucia@luciacrespi.it)

www.hangarbicocca.it

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