16.Set.08

“I custodi del libro” di Geraldine Brooks (Neri Pozza, 2008)

Geraldine Brooks è “custode” del romanzo storico La copertina del romanzo, edito da Neri Pozza Un prezioso manoscritto ebraico, una versione di Haggadah più unica che rara, ricompare a Sarajevo nel 1996, dopo che l’umanità […]

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Geraldine Brooks è “custode” del romanzo storico

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La copertina del romanzo, edito da Neri Pozza

Un prezioso manoscritto ebraico, una versione di Haggadah più unica che rara, ricompare a Sarajevo nel 1996, dopo che l’umanità intera l’aveva dato per disperso sotto i bombardamenti della quinquennale guerra civile. Una giovane e competente restauratrice australiana viene incaricata di stabilizzare le condizioni della Haggadah, nel contempo indagandone l’eccezionale quando controversa storia materiale.

L’intreccio del romanzo risulta da una struttura semplice ma efficace: ogni piccolo, minimo reperto che la protagonista ritrova sul manoscritto, costituisce una sorta di varco spazio-temporale che apre alla narrazione, nel capitolo successivo, di un momento di storia vissuta del libro. Man mano che il puzzle va ricomponendosi, con la progressiva accumulazione di luoghi vicende e secoli, al lettore è dato di conoscere la complessa vicenda nella sua interezza.

Il lettore sa, la protagonista no. A lei non è dato che supporre.

Trascuriamo i risvolti intimisti della trama, vicende personali di persone contemporanee che ad altro non servono se non a procurare l’immedesimazione del lettore nel risvolto umano della narrazione, fornendo inoltre ragionevoli pretesti motivazionali per lo sviluppo stesso della vicenda.

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Va detto, per inciso, i temi dell’eredità familiare e della difficile affermazione di un sé femminile e professionale non spiccano per originalità, ma vengono sviluppati con sufficiente sensibilità da superare l’ottusa stereotipia di un loro mero utilizzo strumentale. In una parola, ci stanno e si fanno leggere.
Piace molto, invece, l’operazione culturale condotta nel complesso: per quanto si mantenga distante dai vertici della sperimentazione letteraria rigorosamente intesa, si può lo stesso considerarla una compiuta presa di posizione estetica.
La mancanza di onniscienza della protagonista infatti, quest’ignoranza ammessa quantomeno all’interno del quadro diegetico, è insolita in un’opera letteraria che si propone di raggiungere tirature considerevoli. Da quando i protagonisti (gli eroi) non sanno e possono tutto?! Per questo si giudica onesta questa scelta controcorrente.

Evitando di fondere ambientazioni storiche e psicologie contemporanee, l’autrice non incorre nel classico errore del genere letterario storico; possiamo riassumerlo come segue: in un Medioevo (o altra epoca a scelta) buio e arretrato, un eroe occidentale (per non dire marcatamente statunitense) giunge al successo grazie all’innegabile superiorità dei progressi della propria civiltà (che però deve ancora affacciarsi al mondo nei secoli a venire).

Si consideri Mondo senza fine di Ken Follett: per quanto la ricostruzione dell’ambiente possa essere filologicamente ineccepibile, la coppia centrale non è concepita con la stessa fedeltà allo spirito del tempo. Lui è un costruttore che innova le tecniche edili grazie alla sola osservazione e spiegazione empirica dei fenomeni fisici; lei applica lo stesso sguardo critico alle modalità con cui si diffondono le malattie, giungendo ad elaborare concezioni in odore di ateismo. Vero che la datazione della vicenda al 1300 attenua gli anacronismi, dal momento che è il secolo dell’affermazione in nuce da parte del pensiero razionale, logico, individualista, empirico, propriamente moderno. Che però impiegherà secoli e chilometri per affermarsi in modo così completo e maturo, come invece viene proposto in questo romanzo. Certo che così si vendono milioni di copie: i protagonisti assicurano la facile immedesimazione del pubblico, che non deve discostarsi neppure un secondo dalla propria mentalità abituale, godendosi senza sforzo il valore aggiunto delle ambientazioni esotiche. E’ il format che sta alla base di un Luna Park; siamo ben lontani da una visita al Museo di Storia, che guarda caso risulta in genere ben più complessa.

Veri
romanzi storici sono Baudolino di Umberto Eco o Memoriale del Convento di José Saramago, nei quali i personaggi pensano all’unisono con la vita che ruota loro attorno. L’invenzione letteraria non viene negata, è anzi portata all’eccesso e piegata a fini estetici non documentari, ma è lo spirito del tempo il punto di partenza: ovvero, non si può prescindere dall’attestazione storiche delle condizioni in cui versava un’epoca. Si chiama relativismo storico la grande ricchezza della contemporaneità, ovvero la capacità di mettere tra parentesi la propria posizione e procedere alla ricostruzione di quelle altrui, lontane nei luoghi o nel tempo, sulla base di quanto ci è dato di conoscere.

Come ne I custodi del libro, non sapremo mai la Verità, ma si può cominciare ad ammettere che la nostra non sia l’unica possibile. La mancanza di certezze non impedisce a Geraldine Brooks di tratteggiare splendidi scorsi di scenari ipotetici, diversi per secoli e nazioni (dalla Siviglia musulmana e quattrocentesca alla Sarajevo della Seconda Guerra Mondiale), ciascuno dotato di una suggestiva coerenza interna.
Un romanzo storico è possibile. Se poi deve risultare anche un best-seller, si può sempre ricorrere a qualche stratagemma intelligente perché il lettore trovi un punto a cui ancorarsi: una restauratrice italiana, addirittura degli storici che viaggiano letteralmente indietro nel tempo (Timeline di Michael Crichton, scrittore che risulta credibile persino in ambito fantascientifico).

Si chiede qui, soltanto, quanto già invocato dall’autorevole scrittore Raymond Carver: niente trucchi da quattro soldi.

Titolo: I custodi del libro
Titolo originale: People of the Book
Autore: Geraldine Brooks
Anno di pubblicazione: 2008
Casa editrice: Neri Pozza
Traduzione dall’inglese: Massimo Ortelio

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