20.Ago.08

StudioZERO4: qualcuno ce la fa

Qualcuno ce la fa. O meglio, qualcuno ancora ci prova e, incredibilmente, a volte sembra ce la faccia. Sono tornata da Bologna oggi, dove ho trascorso tre giorni di assoluto relax, a parte i doverosi […]

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Qualcuno ce la fa. O meglio, qualcuno ancora ci prova e, incredibilmente, a volte sembra ce la faccia. Sono tornata da Bologna oggi, dove ho trascorso tre giorni di assoluto relax, a parte i doverosi tentativi di imparare a sopravvivere in assenza di cemento ed abbondanza di animali. Ebbene, lontano dalla ribalta della città ho avuto il piacere di una visita guidata con un architetto di StudioZERO4, una realtà che sta cercando di cambiare il volto della provincia felsinea. Fabio è stato così solerte e gentile da portarmi presso alcuni dei cantieri, offrendomi una panoramica della produzione della società in ambito urbanistico, residenziale e terziario. Prima che sopraggiunga un atavico riverbero di uno stile narrativo da tema della gita alle elementari “ho visto-ho pensato-ho detto”, che già mi sembra abbia preso piede (e perdonatemi se è l’una di notte e scendo dai colli), salto alle conclusioni.
Non ho visto capolavori. Non ho visto edifici che svettavano egocentrici dalla desolante skyline del non-capoluogo. Possiamo dirlo? Meno male. Perché non esistono solo quelli che Fabio definisce gli Archi-star, che dispongono di ingenti capitali per realizzare i loro sogni impossibili. Sogni che a volte diventano incubi (appena Milano avrà i suoi bei tre grattacieli in Fiera io, suppongo, dovrò cercarmi un’altra città), incubi eterni le cui fondamenta vengono gettate nel futuro di un tessuto urbanistico. Ma che diamine, l’alternativa non è per forza la speculazione edilizia fine a se stessa, lo stesso progetto azzeccato una volta e ripetuto ad oltranza per i successivi vent’anni; certo che è più comodo, eviti l’insorgenza dei problemi del singolo caso… Che lo si voglia o meno, la realtà però si evolve anche se la si ignora. Fabio si lamenta di dover scendere a compromessi continui, a volte estenuanti, perché ogni progetto mette in campo difficoltà inedite e richieste inaspettate; pensa sarebbe più rilassato (e ricco) se abbassasse le sue pretese e facesse quello che tutti i vecchi di provincia si aspettano da lui, quattro mura rigorosamente in mattoni ed un tetto a capanna, tutto ad angolo retto così i carpentieri evitano di bestemmiargli dietro l’intero firmamento. Peccato però che lo StudioZERO4 conosca una cosa che si chiama Razionalismo Italiano, l’abbia studiato e, blasfemia massima, cerchi di metterlo in pratica. Asimmetria, modularità, planarità, compenetrazione di volumi e vuoti, leggerezza. Stesso costo per i costruttori, progetti diversi dallo standard che però riescono ad integrarsi ottimamente col territorio. Perché? Fabio non ambisce a realizzare l’edificio del secolo, non vorrebbe neppure lavorare in città. Non sembra soffrire di manie di protagonismo, insomma, non pensa che il modernismo sia il dogma da divulgare (tanto più che ha passato già le sue belle crisi storiche). Lui pensa che uno spazio concepito bene aiuti a vivere meglio la gente.
Eccoci. Ecco la parola magica che manca in questo paese: coscienza civile. L’idea che non stai facendo le cose per te stesso o per i soldi (ovvero, ancora per te stesso), perché esiste una società entro cui ti relazioni e che punti ad arricchire con il tuo intervento. Nonostante all’inizio le amministrazioni comunali ti dicano che i tuoi progetti sono troppo avveniristici per essere realizzabili, nonostante gli abitanti della tua casa così lineare e pulita si ostinino a piantarci affianco degli orrendi pseudo-chalet in legno, nonostante ogni volta ti tocchi spiegare all’impresa edile che no, un balcone con parapetto in lastre di vetro non è una trappola mortale.
Perché farlo? Non è poi una scelta tanto suicida, come pensa questa povera Italia miope, puntare all’aggiornamento dei propri mezzi, giusto una tacca sopra il livello medio. Lo StudioZERO4 in meno di un quinquennio è passato dal tetragono dei soci fondatori ad una struttura di venticinque collaboratori. I concorrenti cominciano a rosicare presi da malcelate invidie. La legge di mercato non è necessariamente al ribasso, se il tuo progetto è competitivo (pur offrendo un surplus qualitativo) la gente tornerà da te. Perché non dovrebbe?
Il bello non è una questione di sensibilità innata, non per forza e non solo; è una forma che rispecchia un modello mentale, generalmente quello della società da cui prende le mosse, che basta un po’ di allenamento per recepire. Esiste un’educazione all’estetica, innanzitutto all’apertura mentale.
A questo paese non mancano i geni. Mancano degli educatori. Perché in Italia nessuno si mette a scrivere un’ “Ombra del vento” o un’ “Eleganza del riccio”? Non sono dei capolavori, ma è narrativa di qualità. E vende, segno che anche in massa non siamo così cretini come preferiamo crederci. Manca la propagazione capillare. Manca una cultura diffusa. Mi piace il discorso dello StudioZERO4, come mi piace Starck che ha ucciso il design togliendogli tre zeri; perché mi ci identifico, personalmente rinuncio volentieri ai discorsi specializzati dell’ambito accademico per dedicarmi alla divulgazione. Non vuol dire che non mi documenti, semplicemente penso che mi soddisfi di più far conoscere le novità al vasto pubblico piuttosto che ultra-specializzarmi. Qualche giorno fa un ragazzino su un forum si è lamentato che di Picasso non vengano considerate le opere giovanili, che erano tanto più belle perché “reali”. Diciassette anni, cresciuto a video di MTV e Simpson, ancora ha in mente la categoria della verosimiglianza; peggio, pensa sia l’unica discriminante dell’artisticità, quando il mondo attorno a lui si esprime in tutt’altro linguaggio e lui per giunta sa benissimo comprenderlo ed utilizzarlo. Mi sono chiesta che senso possa avere parlare in Italia di Nathalie Djurberg o chiunque altro abbia cercato di recensire in questi anni, quando ancora non si è recepita la lezione delle Avanguardie Storiche e l’utilizzo massificato che ne è stato fatto a livello popolare. (D’altronde, il mio professore del Liceo si è potuto permettere tre anni sui Promessi Sposi e zero ore su Italo Svevo: io avrei voluto denunciarlo, ma con tutte le leggi che ci sono manca ancora il reato di moralismo retrogrado.)
Siamo degli estremisti. Miriamo a produrre il capolavoro quando sguazziamo nella più bieca mediocrità. Negli Stati Uniti, che pure non è che mi facciano impazzire, hanno pur sempre realizzato Friends e Desperate Housewives; noi cos’è che trasmettiamo, i Cesaroni ed un Posto al Sole? Cito esempi a caso, come mi vengono, non giungo alla politica per non sparare sulla Croce Rossa. Soprattutto, mi rifiuto di offrire il destro al solito piagnisteo sulle colpe del sistema: la società siamo noi, pigri ed indolenti, preferiamo attribuire la colpa ad entità astratte senza guardare al dettaglio della nostra personale responsabilità. Aspettiamo la mente eletta che risollevi le nostre sorti e ci rifiutiamo di comportarci da uomini. La colpa è dello Stato ma evadiamo le tasse, si pubblicano solo schifezze ma non leggiamo affatto, la televisione non si può guardare ma è sempre accesa. Sogniamo di emigrare all’estero, che è un altro bel modo di dire che vogliamo la pappa pronta, perché lì va già tutto bene e noi non dobbiamo sforzarci.
E se invece, cazzarola, ciascuno di noi si sforzasse di condurre la sua piccola battaglia per rinnovare il proprio ambito d’azione?

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