24.Mar.10

“Mandala – Il simbolo”

Mercoledì 24 marzo, presso il Cinema Ariosto di Milano, la presentazione nazionale del film scritto a quattro mani da Max Leonida e Giorgio Biavati, rispettivamente regista e interprete principale del lungometraggio.

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Quest’inverno, per la precisione durante uno dei miei consueti venerdì sera in viaggio tra Milano e la Liguria, un distinto signore ha osato intrufolarsi nella carrozza che avevo occupato. Utilizzo con intenzione certo lessico perché, di fatto, quelle due ore su strada ferrata sono la mia sacrosanta occasione di scrivere qualcosa per diletto, più che per lavoro, prima del dolce far (quasi) niente del weekend: invece, come dicevo, il gentiluomo in questione non soltanto ha preteso un posto nell’abitacolo che consideravo mio soltanto, ma mi ha poi appellata perché leggessi un suo scritto, se non avevo di meglio da fare. Con il computer acceso sulle ginocchia, che altro rispondergli se non: certo, con piacere.
In verità è venuto naturale reagire contro le mie stesse aspettative; forse, perché mendico spesso qualche opera su cui affilare la mia critica, o sarà stato che l’aspirante scrittore non aveva affatto l’aspetto di un esordiente molesto. Tutt’altro, appena fatto il suo ingresso ho pensato sembrasse proprio un attore. Chioma folta pettinata con indole romantica, dolcevita nero d’ordinanza, un viso su cui il tempo ha sì lasciato la sua traccia, ma avvalorandolo.

Che intuito, la sottoscritta. Mi tocca ricorrere a inedite doti investigative per giungere alla scoperta dell’acqua calda: Giorgio Biavati è un attore, basta guardare un po’ di televisione per riconoscere un interprete che ha militato circa dieci anni nel cast di Vivere. Diciamo che io ho i miei metodi, per arrivare allo stesso punto degli altri. Per quanto mi riguarda, poi, è chiaro che la televisione non rappresenta necessariamente un arrivo.
Sono altri i motivi per cui ho trovato così interessante conversare con Biavati, tant’è che ne scrivo: mi è stata data l’opportunità di visitare il backstage di una carriera (soprattutto) teatrale ricca di storia. Per chi non lo sapesse, stiamo parlando di un attore diplomatosi al Piccolo Teatro di Milano, che ha recitato per Strehler come per Dario Fo, con il quale è stato in tournèe dieci anni con Coppia aperta. Biavati dà del tu ad anni e nomi da manuale, con la confidenza di chi conosce davvero il proprio mestiere. E ci mette passione, certo, ma la pratica di lungo corso gl’impedisce di mitizzarlo. Parlare con lui dà un po’ questa sensazione, di entrare nel mondo nuovo pur trattandolo con familiarità.

A confermare la sua esperienza ci ha pensato poi la sceneggiatura che ho letto. Credo s’intitoli La convocazione, ma sinceramente del testo teatrale ricordo meglio la storia e, ancor più, la qualità dei dialoghi. Questa commedia dalle atmosfere oniriche è incentrata sul personaggio di un attore (di film porno), diviso tra il talento per la recitazione in senso classico… e altre “qualità”. Il testo ha un inizio folgorante, con uno scambio serrato di battute di rara freschezza: è azzeccato, non riesco a definirlo diversamente. Continuando a leggere, come tutti i sogni, anche questo cede il passo a sensazioni più complesse. In luogo della risata genuina, subentra una forma di attenzione fluttuante, che cerca d’indovinare un senso della storia oltre quello letterale, ricavandone intuizioni ma incerte. Con le sue associazioni spiazzanti tra l’anima dei borgatari romani e il rigore della cultura di alto livello, La convocazione si presta alla simulateneità d’interpretazione, proponendo immagini affascinanti, dotate di un simbolismo naif, non per questo meno denso.

Spaziando da una all’altra esperienza, Biavati mi ha infine accennato alla sua più recente produzione cinematografica. Mandala – Il simbolo è un film scritto dall’attore insieme al regista Max Leonida e da lui interpretato nel ruolo principale di un prelato in esilio dal Vaticano. Un giorno come gli altri nel suo eremo, il protagonista riceve la visita di una giovane terrorista in fuga, che gli chiede asilo per 24 ore. Un luogo, un giorno, un dialogo claustrofobico tra due soli personaggi: le classiche unità aristoteliche sembrano pienamente rispettate, eppure.. Anche qui, l’affondo nella psicologia interiore dei protagonisti, del loro reciproco influenzarsi e farsi nel corso della convivenza, spezza la monotonia di una narrazione serrata, che viene provvista così di un ambiguo passato e di un ancor meno definito futuro. Finchè il confronto non si risolve in una lotta per la sopravvivenza che non approssima per eccesso, ma pone un aut aut perentorio. O addirittura no, potrebbe darsi che proprio non ci alternativa, neppure un’ultima difesa alla sentenza pronunciata dal destino…
Questo, è quanto so di questo lungometraggio. Mi è impossibile esprimere un giudizio qualitativo, motivo per cui mi limito a segnalarne l’esistenza, e la sua presentazione nazionale stasera al Cinema Ariosto di Milano (dove naturalmente non potrò essere, in linea con il mio fallace tempismo). Se si tratti o meno di un bel film, lascio ai lettori la possibilità di giudicarlo da sè. Trovo però che Biavati sia una bella persona, quindi per una volta ho contraddetto il mio dictat per cui l’opera viene prima dell’autore.

Mi sono ricordata che la cultura non è un’entità astratta, ma si nutre del sudore, e di tutti gli umori vitali di coloro che ne fanno il proprio mestiere quotidiano.

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