27.Feb.10

Berlino: ricucire la metropoli

Terminato il brano Ogni Capodanno è paese, che spero vi abbia sollazzato a sufficienza con il reportage delle mie disavventure da “turista per caso”, ecco ora le poche considerazioni (più fugaci impressioni che un pensiero sistematico) maturate in merito alla città. Non ai suoi abitanti: ho parlato più a lungo con gli edifici. Data la fallibilità delle mie conoscenze linguistiche, è una conversazione rimasta in sospeso, destinata a essre ripresa in un futuro non meglio precisato.

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Per tutta la durata della breve permanenza, Berlino ha continuato a trasmettermi sensazioni discordanti. Incoerenza, confusione, marcate scissioni sono quanto percepivo a livello urbanistico, come se la ferita storica tra est e ovest venisse reiterata in minore in scampoli di tessuto metropolitano, unità dimensionali ridotte. Manca una visione d’insieme, se non un piano regolatore, il famigerato oggetto d’affezione dei Comuni italiani. Di certo, è passato troppo poco tempo perchè la volontà di organizzare la città emerga e si affermi, non per effetto di una sentenza che cade dall’alto quanto piuttosto nel modo in cui si disciplina un organismo, sulla base delle proprie funzioni vitali.

Potsdamer Platz

Tanto per cominciare, di Berlino non si riesce a individuare facilmente un centro, quando a Parigi spesso bastano le attività commerciali a identificare un’area, secondo una concezione organizzativa di pre-moderna reminiscienza. Ricordo, quest’estate avevo individuato una via degli strumenti musicali poco a sud di Pigalle, un isolato della numismatica, persino un viale di abiti da cerimonia a basso costo (e alto cattivo gusto). Al contrario, in gennaio mi sembrava che gli spazi di Berlino non reagissero positivamente al tentativo di definirli, di certo complice la scarsa fruibilità dovuta alla stagione. Eppure, Alexanderplatz non ha un’organizzazione scenica dello spazio, dei percorsi che possano attraversarlo come correnti. E’ vuoto inerte, allo stesso modo della distesa di fronte al Reichstag. Dimensioni di fronte alle quali diventare agorafobici. Avvertivo la mancanza di un legante, il leit motiv necessario a far convivere antico e contemporaneo, pesanti complessi residenziali massificatori e diafani centri commerciali, austeri grattacieli istituzionali in acciaio e terrei luoghi di culto.
Berlino non è una bella città, forse lo sono i suoi abitanti, ma immagino che la loro sia una vita per comparti separati, che si sono costruiti senza mai guardare cosa già ci fosse affianco. Il tessuto urbano sembra riflettere una scissione psicologica, interna alla comunità. O peggio, questa sembra indifferente alla percezione di sè, e a ispirare una riflessione qualtitativamente superiore sulla funzionalità delle forme deve sempre intervenire un investimento sostanziale di denaro: la bellezza come rappresentanza del committente, in primo luogo, prima che di un’identità diffusa.

Secondo me una civiltà può dirsi davvero evoluta quando trasmette un preciso senso comunitario, i propri caratteri identitari per quanto molteplici possano essere: in qualche modo portati alla sintesi, capaci di convivere e integrarsi. (Pensare, a scandire i traffici quotidiani dei berlinesi ci pensano gli omini segnaletici da semaforo più esaltanti di cui abbia notizia!)

Verde!

Per ovvie ragioni, per l’unificazione recente come per le violente discriminazioni poste in precedenza, tanto l’integrazione sembra un tema sentito dai tedeschi quanto ancora non è pacifico. E’ un sentimento in progress, conclusioni cui anche questa volta giungo grazie alla visita di una precisa architettura, l’unica di cui avessi memoria pregressa e che avevo già intenzione di osservare dal vivo. (Magari, se torno a Berlino avendo imparato il tedesco, la prossima volta scriverò di persone e non di strutture.)
Il Jüdisches Museum di Daniel Libeskind è un altro esempio della compulsione di questa metropoli, decisa in questo caso a farci convivere due funzioni non propriamente compatibili. Della differenza tra monumento e documento ho discusso animatamente tempo addietro con V.M. che, laureata con una tesi sulla comunicazione e la trasmissione della memoria storica, d’istituzioni museali a carattere non artistico e archivi contemporanei s’intende molto più di me. Le avevo allora obiettato che l’elaborazione dei sentimenti collettivi spettasse agli artisti più che agli storici, al di là di qualsiasi forma d’interattività si elabori per far parlare un documento (a un’epoca che ha disimparato la sua lingua). Credo che la questione del lutto, in particolare, richieda un linguaggio simbolico che ha un rigore diverso dal trattamento del dato.
Difatti. Il complesso di Libeskind non sembra atto a ospitare il suo contenuto, dal quale tende anzi a deviare l’attenzione per offrire la sua stessa fruizione, come entità a sè stante. Non a caso, il vuoto è un elemento importante nell’economia interna della struttura: gli spazi fisicamente inaccessibili, i void che chiedono un tributo in sofferenza per essere agiti, contraddicono il principio dell’organizzazione con finalità espositive.
Non trattandosi di una struttura neutra ma anzi espressivamente carica, non si presta a una chiara lettura delle testimonianze, cui l’architettura è tutt’altro che subalterna. Tant’è, gran parte della raccolta documentaria sulla vita nelle comunità ebraiche, gli acuti interventi interattivi a spiegazione delle differenze di culto: erano talvolta i contenuti ad apparire fuori luogo. La progressione degli spazi è talmente leggibile da imporre il proprio ritmo, scenico e drammatico, all’intera visita.

A "void"

Nelle intenzioni del creatore, il vuoto cui la sua architettura insiste a riferirsi, su cui riesce di fatto a fondarsi, altro non è che l’assenza degli ebrei dalla cultura tedesca. Più che a riflettere sul passato, il Museo è il memento degli effetti, delle conseguenze che non hanno smesso di esistere con l’estinzione della causa.
Allora non è (soltanto) questione di non dimenticare, di non ripetere lo stesso errore, perchè in un’accezione positiva è pur sempre di un intervento che stiamo parlando, che nella sua concretezza è un invito propositivo a intervenire noi stessi in qualche modo, contro o a favore (dipende dall’ottica) di un hic et nunc palesemente deficitario: uscire dalla Torre dell’Olocausto, a tentoni nel buio più freddo perchè la porta si è chiusa alle nostre spalle, ma dannazione uscire.
Temo, finchè i berlinesi non comprenderanno che la loro non è la terra di nessuno, sulla quale la top ten degli archistar mondiali viene a posare una firma svolazzante, per quante architetture mozzafiato possano esserci si continuerà ad avvertire la mancanza di qualcosa, lì sullo sfondo. Forse, proprio di uno sfondo aggregante.

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