27.Feb.10

Ogni Capodanno è paese

Visto il successo della newsletter in tempo reale che trasmettevo ai miei più fedeli lettori via sms, per il pubblico sollazzo replico qui le mie sommamente ignoranti considerazioni in merito a Berlino, (im)maturate durante il breve soggiorno di Capodanno.

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A giustificazione delle castronerie che immancabilmente rileverete, voglio sottolineare che si è trattato della meno organizzata (e dispendiosa) delle spedizioni, che difatti rientrava nelle eufemistiche offerte “giovani” dei Tour Operator. Col senno di poi, è facile comprendere che solo un target di sballoni squattrinati può impelagarsi in un viaggio della speranza, superando nel complesso le 24 ore di trasporto su ruota gommata per trascorrere meno di tre giorni in loco.
Che fossimo anagraficamente fuori luogo, io e il mio accompagnatore l’abbiamo capito alla partenza. L’autobus ci attendeva in quel di Gallarate; mezzo pesante e provincia: più che una significativa premessa, proprio un presagio di sciagura. In effetti, il piazzale davanti la stazione ferroviaria era stracolmo di under 30, o meglio: molto-più-under-30-di-me. Banchi di ormoni organizzati in forma umana e festaiola, sempre meno l’una e più l’altra man mano che si andava verso il fondo del veicolo, lontano dall’autorevolezza bergamasca dell’autista. Unico risvolto positivo dell’allegra brigata, li ho detestati a tal punto che l’odio ha sostituito la paura per le enne ore di viaggio su strade ghiacciate. Desideravo comunque arrivare alla meta il più in fretta possibile: più per non sterminare una generazione che per sopravvivere io stessa (alle insidie in agguato sulle careggiate di mezza Europa).
Resta poi da chiarire quale luogo pensassi di raggiungere, dal momento che l’albergo dove pernottavamo distava oltre 50 chilometri dalla meta designata. Non credete alle agenzie viaggi, quando accampano una rassicurante facilità di trasbordo dal pernotto alla città: posto che sia vero, e là fuori appartengano tutti a una civiltà superiore, neppure in Germania si adotta il teletrasporto e le lunghezze si ostinano a richiedere tempo per essere percorse. Quindi, se avete deciso di partire, fate in modo che i vostri documenti di viaggio riportino la dicitura Berlin e non Zossen. O No Man’s Land, per intenderci. (Dannazione al mio mai sopito spirito d’avventura, è l’ultima volta che considero un viaggio alla stregua di un plug and play esistenziale.)

Dunque, il primo impatto con il suolo teutonico è stato quanto mai un sollievo. Poco importava che di terra non se ne vedesse neppure un quadrato sgombro da neve. Ho trovato adorabile anche quella. Di più: fuori dall’albergo (come ci si adatta subito al freddo artico, per una sigaretta!) sono rimasta folgorata da questo fiocco minuscolo, avrà avuto un diametro di due millimetri, che mi si era posato sulla manica del cappotto. Era un cristallo di ghiaccio, finemente cesellato in forma di stella, in tutto e per tutto simile alle decorazioni natalizie per l’albero. Io, storicamente convinta che quella dei cristalli tutti precisi e tutti diversi fosse una trovata della Disney per aumentare il fatturato a dicembre: che altro potevo fare, se non commuovermi?
E l’acritica esaltazione si è protratta per giorni, portandomi a perorare la teoria che lì la neve fosse “più”. Della giusta compattezza e mai ghiacciata, bianca a oltranza (mica la poltiglia cui si riduce Milano), calpestabile confidenti che non scivoleremo. Sì che la notte del 31 sono pure capitombolata e l’anca ha minacciato il blocco per ritorsione, sì che di gente finita a gambe all’aria ne ho vista (ci sono ragioni stilistiche che avvicinano le donne del mondo nelle disgrazie, una su tutte l’equilibrio precario). Niente però mi ha smosso dal recente credo meteorologico, tant’è che lo sostengo tutt’ora. I miracoli operati dalla Natura: in patria, avvistato il primo fiocco comincio a stilare l’elenco dei Santi in Paradiso. Belli i pupazzi e le palle, ma con venti centimetri di precipitazioni ci si blocca.
A Berlino ignorano stoicamente le difficoltà procurate dalla neve, che non viene osteggiata. A dire il vero, neppure spalata. Accettano lo status quo: nevica sempre e comunque, con un’ostinata costanza che esclude l‘eccezionalità del fenomeno. Figurarsi se si può renderlo un dramma. L’atteggiamento del berlinese sembra proprio escludere il concetto di avversità climatica, tanto la neve è parte integrante della sua antropologia. Che il turista accampi pure le sue scuse! …loro insistono imperterriti a circolare in auto, a velocità a dir poco azzardate per un guidatore meridionale; a piedi, come se percorrere 500 metri in 20 minuti sia la norma; addirittura in bicicletta. Giuro, la notte del 31 dicembre ho visto due (dico: due) ciclisti. E nulla faceva sospettare che fossero ubriachi marci.
Vorrei poter dire lo stesso di tutti i baldi giovani che, la stessa sera, circolavano in giacca a vento sbottonata, bevendo birra. (Volendo pensare che fosse a temperatura ambiente, sempre ghiacciata restava.) Loro, neppure una grinza, altrimenti ne avrebbe risentito la tenuta di quello stile metropolitano dalla fantasia disinvolta. Io e il mio accompagnatore a dir poco basiti; incapaci di reggere il confronto, o anche solo camminare. Insaccati come Totò e Peppino quando arrivano a Milano. Ballare? Manco a parlarne. Ero troppo occupata a districare i miei capelli dal ghiaccio di cui erano incrostati (finchè non mi sono arresa all’evidenza che, toccandoli, più che altro mi si spezzavano tra le dita).

Intanto, più si avvicinava mezzanotte e più pressanti erano certe altre problematiche da affrontare. Ad esempio, come sottrarsi al fuoco incrociato di petardi e botti vari? Soprattutto se venivano sparati giusto tra i piedi dei passanti in Straße des 17. Juni. Quando non ti passavano a pochi centimetri dall’orecchio, sibilando in modo sinistro. Chi l’avrebbe mai detto che Berlino pullulasse di una così nutrita genia di tamarri?
Se ogni Capodanno è paese, non comprendo perchè i nordeuropei debbano prendere proprio Napoli a modello. Avessi voluto concedermi una notte di terrore (scelta che escludo pure se vedo un film al cinema), sarei tornata nel mio quartiere natio. La sera del 31, a Taranto nessuno è così folle da circolare per le strade. E se qualcuno ancora crede in generici scrupoli dell’essere umano a mutilare un suo simile, state certi che nessun bombarolo nutre remora alcuna a prendere di mira una macchina inanimata. Taranto città ecosostenibilissima, a Capodanno: si va a parcheggiare l’auto in campagna.
Mi chiedo a questo punto che origini avesse l’autore della mia guida turistica, per millantare che la festa alla Porta di Brandeburgo sia uno degli eventi dell’anno berlinese. Di certo c’è che è un tamarro pure lui. Perchè: passino gli osceni wurstel con un perizoma di panino attorno, le pannocchie affogate nel burro e tutto quello di cui sono capaci i tedeschi tra griglie e friggitrici quando decidono di andarci pesante; passi il tasso alcolico, che pure quella è tradizione dei paesi freddi; passi persino tirare di coca così, in mezzo a una distesa di neve, nonostante si rischi la confusione concettuale tra polveri bianche. Nulla da eccepire insomma ai più raver dell’allegra brigata: da parte mia (e di un’estesa cronologia di Street Parade bolognesi) suonerebbe ridicolo. Anzi, il premio della critica va al ragazzo che si faceva largo tra la folla con un flebile “Sorry, I’m pregnant”. A perplimermi è sempre il tamarro, quello classico, la parodia del suburbio contemporaneo che frequenta ancora i Luna Park. Ovvero, giusto l’altro polo concettuale cui si rifaceva il Capodanno in questione. Ne scrivo, ma stento ancora a credere: di aver sentito un esagitato personaggio (non meglio definito) dell’autoctono mondo dello spettacolo che cantava Volare in italiano; di aver realizzato, al decimo brano sparato a tuono sulla folla ai piedi della Porta di Brandeburgo, che trattavasi sempre di cover, canzoni di madrelingua altrui trasposte in una (ostica) versione teutonica.
Tornando a bomba, è il caso di dirlo, ho soprattutto rischiato a più riprese di sperimentare l’assistenza sanitaria tedesca, a causa dell’altrettanto locale tendenza dinamitarda. Sarà vero quanto sostiene il mio accompagnatore: sembravamo una coppia di esploratori in ricognizione nel profondo Kosovo. Intanto, pensa giustamente il mio cane quando in casi analoghi sparisce dietro la sua barricata elettiva (in bagno dietro il bidet): un soldato accorto è un soldato vivo. E io non figuro nella schiera di coloro che si sono allontanati dal Großer Tiergarten in forza di barella e braccia altrui.

Dirò di più, sono scampata pure al viaggio di ritorno con relative perdizioni. Non so, forse ero tentata di pareggiare con la condotta sregolata dei ventenni di cui all’incipit, che ho visto presentarsi direttamente all’autobus dopo credo tre giorni non stop di bellavita berlinese (e io che mi svegliavo alle nove per approfittare della colazione continentale bacon e uova, che vergogna).
Fatto sta, vuoi mettere che Kate viva un’esperienza scevra da compulsione all’acquisto sconsiderato? Mi ha sopraffatta in autogrill, dove ho cercato di acquistare, prima, un pacchetto di 100 sigarette formato famiglia (quella che non potrò permettermi, se mi accanisco così col tabagismo), poi un aggeggino erotico erogato a sorpresa da apposito distributore automatico in bagno, peccato non funzionasse.
Mi sono sempre disinteressata di simili ammennicoli, neppure mi sfiora la questione morale, ma stavolta mi ha intrigato la possibilità che venissi introdotta all’erotismo applicato a insindacabile giudizio del caso, con l’attribuzione casuale e arbitraria di un feticcio che mi avrebbe destinata alla relativa perversione. Insomma, sull’argomento il distributore sembrava molto ferrato, volevo giusto interpellarlo a proposito del lato indicibile di-me-stessa-anche-a-me-stessa: gli sembravo il tipo da tanga commestibile o aveva in serbo qualche altro oggetto, di cui a prima vista neppure comprendevo magari la funzionalità? Al prossimo viaggio l’ardua sentenza, perchè i miei tre euro non sono bastati a smuovere i reticenti ingranaggi e innescare il processo della definitiva liberazione dei costumi.

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