21.Feb.07

Sandro Veronesi, Caos Calmo – La psicanalisi ai giardinetti viene meglio

Caos Calmo Sandro Veronesi Bompiani, 2005 Votazione: 5/5 Com’è che tutti finiscono lì, prima o poi? Davanti alla scuola di Claudia. Sono meno assennati di lei, che pure a scuola ci va ancora. Vanno a […]

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Caos Calmo

Sandro Veronesi

Bompiani, 2005

Votazione: 5/5

Com’è che tutti finiscono lì, prima o poi? Davanti alla scuola di Claudia. Sono meno assennati di lei, che pure a scuola ci va ancora. Vanno a trovare Pietro, il padre di Claudia. Il vedovo. Ha deciso di stare lì, non sa per quanto; di certo, questa bella stagione che si attarda aiuta a non pensare al tempo. Aiuta a non pensare al dolore, credono gli altri. In realtà Pietro non si è assentato per soffrire, come neppure per restare vicino alla figlia Claudia, perché stanno bene entrambi. Pietro non soffre ed in questo sta la vera assenza. La futura moglie muore mentre lui è impegnato a salvare dall’annegamento una sconosciuta: Pietro resta con il ricordo della più improbabile erezione della sua vita, ma dei sentimenti che lo legavano a Lara neppure l’ombra. Non è incosciente, non è sconvolto, come la cognata Marta che neppure si accorge di mettere fuori figli neanche fossero fiori in primavera, come i suoi colleghi in paranoia, come suo fratello drogato e pieno di soldi che ancora pensa a quella ragazza di vent’anni fa. Vanno tutti lì, tra i giardinetti ed il bar, ad accompagnarlo con i loro dolori. Per non farlo sentire più solo? C’è un gran movimento attorno a Pietro, piovono frammenti di vita delirante (uno per tutti: il bambino che conta anziché parlare ed il padre che lo ignora). Pietro invece è solo nella sua spietata lucidità, al di là delle tentazioni di una carriera facile, molto dentro le tentazioni della carne ma senza il minimo senso di colpa, perché vive dei suoi istinti senza pervertiti autolesionismi, piuttosto con naturalezza amorale. L’istinto è quello che gli resta, insieme a quei quattro versi che ha capito delle canzoni dei Radiohead. Che guarda caso cantano la stessa assenza di dolore di questo libro, il medesimo sopravvivere a se stessi, l’identico scenario di un’anima post-bellica desolata. Senza moralismi gratuiti, con tanta sfacciataggine. Profondamente però, come i bambini attorniati dal loro caos calmo; Pietro non è un bambino, se ne dovrà rendere conto. Il finale non ha quel tono apocalittico che si va aspettando per tutto il libro, nessun dolore orgiastico, nessuna dichiarazione d’amore per la compagna perduta, uno scarso mea culpa. Il dolore non arriva. Torna solo il senso del giusto, con tanta intensità quanto meno viene sottolineato. Un romanzo intimista, che non sempre (e questo è il caso) vuol dire noioso.

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