22.Dic.09

Pendolarismo creativo / 2: “Ma in Polonia come fanno?”

Rapallo, ore 8 del mattino (e così a oltranza): nessun treno nuovo sul fronte orientale (della Liguria). Cronaca in tempo reale di quello che si riduce a fare un comune pendolare, che non può giungere a Milano neppure predisponendosi a un’odissea di quattro o cinque ore su convogli sovraffollati. Annichilita persino l’abnegazione, che pure è proverbiale in coloro che utilizzano per principio i mezzi pubblici. Non resta, allora, che fare appello alle proprie energie più recondite: un improbabile spirito natalizio, per esempio…

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Riprendo a stilare la newsletter della mia condizione esistenziale. Che non si dica poi che non ho combinato nulla nella vita: ho fatto il pendolare per un decennio. Mica poco.
E continuo a impegnarmi, nonostante mi distragga l’indignazione nei confronti di questo internet point, dove:
1) la ricezione dei cellulari è nulla (il che è un paradosso in termini, se ti dedichi all’information technology);
2) si dà per assodato il pregiudizio italiano per cui il web 2.0 non sia una questione di lettere (e basta allora una tastiera artritica, per digitare due striminzite parole chiave sul motore di youtube).

Il mio sentimento d’oltraggio è nullo, rispetto a quanto sarei in diritto di provare. Che ci posso fare, sono abituata al disagio; sì, proprio quello, sempre chiamato in causa da Trenitalia quando cerca di sminuire le proprie deficienze con una parvenza di riguardo nei confronti del viaggiatore.
Neppure mi concedo più il tempo di un breve, fulmineo trauma. Mi nego persino il piacere di sbraitare una memorabile, liberatoria battuta all’indirizzo della prima divisa d’ordinanza che si rende disponibile a farsi bistrattare. Invidio un po’ la distinta signora ligure di stamattina che, alla bigliettaia intenta a spiegarle che non si partiva per la presenza di ghiaccio sulla linea, ha replicato: “Ma in Polonia come fanno?!”.
Adoro le domande naif, sono il colpetto ben assestato alle caviglie dei costrutti istituzionali.
Io, per contro, ho chiesto più realisticamente se ci fosse una remota possibilità di raggiungere Milano in mattinata e, ancor più fattivamente, mi sono sentita rispondere: no. Ho persino ringraziato, prima di andarmene. Ero già impegnata a a pensare sul da farsi, di tutto questo tempo gratuito.
Sprecato a titolo gratuito, è il caso di dirlo. Almeno, così la penserà il mio datore di lavoro, quando stasera non effettueremo le consegne per mancanza di risorse e io, responsabile del servizio, se va bene mi sarò appena tolta il cappotto di dosso. Non potrà ragionevolmente credere al fatto che Genova possa bloccarsi lungo tutte le direttrici di traffico a causa del ghiaccio: che temperatura può esserci, in una città di mare?! Stessimo parlando del Baltico, potrebbe capire.
Appunto, è probabile non capirà. E lo capisco, che solo io possa capire ormai il (mal)funzionamento dei trasporti in Italia, senza distinzione di mezzo o area geografica. Accettarlo, persino elaborare un piano di vita alternativo all’impedimento (che, a pensarci, fa pericolosamente rima con licenziamento). Nessuna sorpresa che stamattina sia giunta a comprare il regalo di Natale per i miei cani: in caso di calamità, l’importante è non perdersi d’animo. O no?

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