11.Dic.09

“Gli abbracci spezzati”: il cinema amato, l’amore tradito

Tributando il proprio amore alla storia del cinema, Pedro Almodóvar finisce per ammansire quella storia d’amore propria dei protagonisti de “Gli abbracci spezzati”: utilizza i cineasti al centro della vicenda per riflettere il proprio sentire e, non ultimo, vivere di riflesso un’ambientazione che di fatto non gli viene naturale sentire. La classicità è infatti un risultato alquanto straniante, per il regista della passione eccentrica.

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Il film è uscito nelle sale italiane il 13 novembre e, privo d’estremi com’è, ben si adatta alla fenomenologia del clima autunnale. Di fatto, con “Gli abbracci spezzati” sembra che Almodóvar abbia cercato la consacrazione come regista europeo, realizzando il suo primo lungometraggio in tutto e per tutto “non spagnolo”. Più classico che onirico, il lavoro pare rassegnarsi al dramma più che catartizzare la disperazione.

Allo stesso modo si comporta in fin dei conti il protagonista che, rinato nei panni di Harry Caine, è arbitrariamente dimentico degli amori del fu Mateo Blanco; della musa ispiratrice, come della stessa possibilità di guardare ancora il mondo, attraverso l’occhio della cinepresa. Il personaggio riuscirà a superare la scissione, letteralmente rimontando i pezzi (se non della sua vicenda, almeno del film incompiuto).

Una scena

Non altrettanto bene è andata purtroppo alla pellicola in concorso a Cannes quest’anno. Nel tentativo di essere più chiaro, più pulito, in un certo qual modo più “occidentale”, Almodóvar diventa petulante.
Accade una volta emersi tutti gli elementi per ricostruire quel vortice, di passione e relazioni, nel quale i personaggi continuano tacitamente ad affondare: nonostante abbia capito, lo spettatore è costretto ad ascoltare un’ulteriore confessione-fiume. Forse i superstiti ne abbisognano (e già Mateo dissente) ma, di certo, la storia non necessita di questo scadere nella telenovela.

E’ un peccato, uno spreco di quegli elementi stilistici “altri” che invece il regista dimostra di saper dosare alla perfezione. La colonna sonora accompagna o crea il cambiamento d’atmosfera, divenendone il simbiote musicale, mentre le scenografie sono degne di una produzione di Hollywood vecchia maniera.
Magistrale, poi, la sequenza della caduta dalla scala: icona del movimento (della ripresa, quindi) che giustamente Almodóvar ricorda in tanti capisaldi della cinematografia mondiale, da “La corazzata Potëmkin” di Ejzenstejn a “Psycho” di Hitchcock (e che sulle prime ci ha in effetti riportato alla mente “Notorious – L’amante perduta”).

Una scena

All’interno di questo quadro, è su Penelope Cruz che splendono le luci della ribalta. Con maturità, agilità, disarmante freschezza, l’attrice si muove in una parte che le è stata tagliata addosso. L’isteria e il cruccio popolano in “Volver” erano un’evidente costrizione mimica. Liberatasene, la donna mostra quello di cui Madre Natura l’ha maggiormente dotata: una classe straordinaria, l’innata finezza di una signora che può vestire di rosso senza mai apparire volgare.
Non a caso, Almodóvar ha dichiarato che “Lena non è una donna fatale, piuttosto è una donna condannata alla fatalità”. Si potrebbe malignare che della donna fatale non ha in effetti la personalità, restando Lena un personaggio passivo, oggetto di conquista più che conquistatrice. Ma la mancanza di caratterizzazione non va a discapito dell’espressività, anzi. Di fatto, la Cruz viene resa oggetto del desiderio della stessa telecamera. Strepitosa la sequenza dell’amplesso amoroso con Mateo: altrove, Almodóvar è pudico con il sesso pietoso, che copre con le lenzuola; mentre questo rapporto così positivo, il ventaglio di emozioni epidermiche che si dispiega così vasto, ci fa letteralmente “girare la testa”.
Pensare che, in altre prove, avevamo giudicato la Cruz insostenibile… Stavolta, difficilmente abbiamo sopportato che la storia proseguisse in sua assenza.

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