18.Nov.09

Stomp! La scena di Bologna suona bene

Non importa che, anno dopo anno, sotto la sigla Stomp si siano avvicendati decine di performers diversi; intitolare così una produzione teatrale significa già garantire uno show godibile, a qualsiasi età e latitudine. Tant’è, la sala del Teatro Europa Auditorium di Bologna, dove lo spettacolo è andato in scena dal 5 all’8 novembre, era indistintamente gremita di adulti e bambini. Allo stesso modo, siamo sicuri che gli spettatori del Grande Teatro di Padova (19 – 21 novembre), come quelli del Teatro Bellini di Napoli (24 – 29 novembre), non resteranno delusi.

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Parola di senso compiuto in inglese, per noi stomp è prima di tutto onomatopea: l’immagine acustica di un colpo ben assestato. Il battito ritmico dei piedi sull’assito di un palcoscenico, per esempio. Non un boato (non ancora), ma un bel suono deciso. Che giunge fino in fondo alla platea, che non lascia indifferenti.
Basta questa sola parola a incarnare lo spirito dell’omonimo spettacolo.

Stomp

Per quanto lo show abbia alle spalle oltre un decennio di repliche e sold out in tutto il mondo, offre tutt’ora un intrattenimento giovane, fresco, frutto di una coordinazione così sapiente che sembra non costi alcuna fatica. Stomp è in sostanza il degno erede di quella naturalezza, tutta volteggi e sorrisi, di cui facevano sfoggio Fred Astaire e Ginger Rogers.
Fatta salva la data di creazione della performance teatrale, ad opera di Steve McNicholas e Luke Creswell. Era l’estate del 1991: vale a dire, si poteva sì restare fedeli allo spirito del tip-tap, ma non alla lettera. Il duo di Brighton mantiene della storica tradizione il battito dei piedi, certo, come anche un certo senso della commedia, messa in scena con mezzi esclusivamente mimico-visivi. Al di là delle gag, però, agli anni Novanta ci si è arrivati con un’estetica rinnovata, canottiere aderenti e pantaloni larghi manco si lavorasse in cantiere; soprattutto, con una piena coscienza delle potenzialità espressive del corpo.
Perché limitarsi a sbattere i piedi? Perché, poi, limitarsi al solo corpo? La compagnia anglosassone raggiunge la meritata fama proprio per le ingegnose “licenze” che si concede, utilizzando gli oggetti di uso comune come soggetti poetici. Dalle ramazze polverose del frusciante ingresso in scena, al pentolame appeso percosso da scatenati attori, ancora più sospesi: è tutto un crescendo di attività, di cambi negli attrezzi e nei ranghi, dove i sussurri perfettamente calibrati (di quotidiani o fiamme d’accendini) lasciano il posto a coreografie complesse di sicuro effetto scenico. E se un certo controllo è tacitamente indispensabile, è pur vero che il pubblico viene conquistato proprio dalla generosità di molti dei performers, che si danno senza risparmiarsi.

Stomp

A loro viene così facile, muoversi con quell’energia, che sotto sotto finiamo per crederci all’altezza della performance. Ma in fin dei conti, non sappiamo fare di meglio che applaudire. (Quanto ci sentiamo banali, neppure è il caso di dirlo.) Detto fatto: all’interno dell’esibizione, la compagnia tiene un corso accelerato per diventare, se non uno Stomp, almeno uno spettatore “certificato”. Continueremo a battere le mani, d’accordo. D’ora in poi, però, di che ritmi saremo capaci…

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