11.Nov.09

Delusione per il “Notturno” di Ludovico Einaudi

Ludovico Einaudi parla dell’ultimo album “Nightbook”, uscito a fine settembre, come di un paesaggio notturno “familiare e al tempo stesso sconosciuto”. Ci spiace avanzare il dubbio che la definizione sia migliore del lavoro cui si riferisce; tanto più che abbiamo aspettato tre anni, il tempo necessario perché il successo internazionale di Divenire si esaurisse e il maestro fosse pronto a segnare una nuova tappa del suo percorso sperimentale. Pur restando un piacevole ascolto, in fin dei conti l’opera delude le più alte aspettative.

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Forse, Nightbook difetta di quella tensione che rende un’opera interessante: difficile, quel tanto che basta a rendere l’ascoltatore attivamente partecipe all’esecuzione virtuale dei brani.
Per verificare questa presunta inadeguatezza di molti dei brani con etichetta Decca, basti il paragone con un’opera (o contesto) di cui Einaudi stesso si riconosce debitore, i Sette Palazzi Celesti di Kiefer. Dell’esibizione nel 2006 tenuta all’Hangar Bicocca di Milano, il pianista ricorda appunto “uno spazio sterminato in cui il pianoforte sembrava perdersi” e “l’incombenza delle torri”. Il compositore rileva proprio quella vitale contraddizione da cui trae alimento l’artista tedesco, laddove l’elevazione mistica delle costruzioni risiede in una materialità “cementizia”, post-industriale.

Ebbene, dell’opposizione familiare-sconosciuto citata da Einaudi per la sua ultima fatica, anche i brani significativi toccano uno e un solo estremo, con buona pace di chi cerca dialettiche complesse. Per un brano come The Tower, il cui incedere ossessivo non a caso incombe sull’animo dell’ascoltatore, esiste ad esempio un puntuale contrappunto nel seguente Rêverie, tenero e sognante. (Degno della colonna sonora di un film, ci sfuggirebbe da esclamare: e lo diremmo, se ignorassimo la brillante carriera cinematografica del maestro torinese.)
In sostanza, i migliori pezzi emergono sulle ali di un afflato sensibile, che anima esecuzione (sempre chirurgica) o partitura, fosse anche di una potenza sottintesa. È il caso di The Snow Prelude No.15, ma non dell’omonimo preludio numero 2, che si lascia dimenticare in fretta. In ogni caso, la suggestione notturna appiattisce quel vigore di cui era intriso invece Una Mattina, intonato a ben altre emozioni.
Di quel lavoro, Einaudi mantiene piuttosto i sapienti interventi di violoncello, cui si confanno le note rarefatte e un tono generalmente introspettivo, lasciando in Nightbook e Indaco che il piano rivendichi una ritmica più sostenuta: è dialogo, finalmente. Non altrettanto accade nei due brani d’apertura: In Principio cerca di sopperire alla monotonia dei brevi moduli melodici con inserti elettronici quasi inquietanti, che però mimano in modo pedissequo lo stereotipo del suono misterioso nell’oscurità; Lady Labyrinth, al contrario, si riduce a una melodia troppo semplice e viene definitivamente affondata dalla ritmica, che è eufemistico definire orecchiabile. La cosiddetta musica ambient, Brian Eno insegna, non è tanto una facile semplificazione dei mezzi quanto una concentrazione della loro espressività. Qui, i pezzi rischiano piuttosto di confondersi con lo stesso ambiente sonoro che circonda lo spettatore.

A proposito, il brano di gran lunga più pregevole emerge invece di prepotenza, per quanto distrattamente si possa ascoltare l’album: ossessivo, maestoso, in Eros tutti gli strumenti partecipano a un’orchestrazione magnifica, dove subdole dissonanze ed echi imprecisati creano davvero un’atmosfera, nel contempo, suggestiva e angosciante. Che attrae come qualcosa di familiare e repelle per l’ignoto di cui è foriera. E’ questo il brano onirico, notturno, che aspettavamo da Ludovico Einaudi.

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