15.Ott.09

Pixar arriva a dieci: é “Up”

E’ uscito oggi nelle sale italiane l’ultima fatica di Pixar Animation Studios, il decimo film d’animazione e il primo pensato per la proiezione tridimensionale in Disney Digital 3D. Il lungometraggio che ha aperto l’edizione 2009 del Festival di Cannes è incentrato su due protagonisti poco eroici: l’anziano Carl e il giovane “Esploratore della natura selvaggia” Russell, a bordo di una casa volante (d’ingegnosa fattura), raggiungono un paradisiaco Sud America che poi tanto idilliaco non è…

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Una scena

Ho aspettato a lungo che Pixar realizzasse un autentico lungometraggio d’animazione per adulti. Non l’ha fatto neppure stavolta. Non mi sento frustrata per questo, non com’era successo per Wall-E: gli elementi sono gli stessi, ma il missaggio ha raggiunto la perfezione.
Il film precedente risentiva troppo dello stacco tra l’iniziale vita robotica in solitaria e la congestionata azione all’interno dell’astronave sovrappopolata. Invece Carl Fredricksen, il 78enne venditore di palloncini e aspirante avventuriero da una vita, è portatore della dicotomia sin dall’esordio della storia (e della sua esistenza), pur essendo un altro protagonista dalle poche parole. (A proposito: sono diventati dei maestri, quelli di Pixar, a centrare il cuore dei più malinconici, in forza di sole scena e colonna sonora… Il riassunto della storia d’amore è un saggio di maturità stilistica dedicato, questo sì, a chi ha già fatto i conti con quei due o tre fondamenti della vita.)
Amore, sogni adolescenziali, solitudine: il realismo che tanti altri inseguono nella tecnica d’animazione è qui massimo nella caratterizzazione dei personaggi. “Per far sì che un film ti coinvolga, deve avere delle emozioni reali e collegarsi in qualche modo con la tua vita“, spiega il regista (già di Monsters & Co.) Pete Docter. Difatti, gli anziani sono caparbiamente ancorati al proprio passato e se lo portano appresso come meglio possono, a costo di mettergli le ali (i palloncini); i bambini necessitano di attenzioni e un animale domestico qualunque esso sia; i cani restano cani (“Scoiattolo!”) anche quando il cattivo non se ne capacita.

Una scena

Simbolici, semmai, sono lo stile della grafica e il profluvio di metafore visive. A nessun personaggio manca alcun tratto caratteristico: ciascuno è provvisto delle sopracciglia bianche e della coda propulsiva d’ordinanza, a seconda del caso. “Noi volevamo eliminare una parte dei dettagli senza per questo farlo sembrare un prodotto a basso costo. Il mezzo digitale ti fornisce la possibilità di inserire tutti questi dettagli fantastici e aumentare la credibilità generale. Tuttavia, non stavamo tentando di realizzare una pellicola realistica, ma qualcosa che fosse tangibile. Volevamo rendere gli esseri umani nel film delle caricature, ma non a tal punto che il pubblico non potesse riconoscersi”, spiega lo scenografo Ricky Nierva.
Il tutto è giusto un po’ più calcato, appena quel tanto perchè poi lo struzzo in technicolor non capiti a sproposito. Tant’è: i palloncini diventano un complemento d’arredo azzeccato (poetico, diciamolo), per una casetta in legno già piuttosto sgargiante. L’eccesso, dunque, questa volta non viene mai toccato, neppure quando si potrebbe approfittare della “nuova” proiezione 3D con mirabolanti stratagemmi prospettici. “Abbiamo cercato di utilizzare la profondità come un altro sistema di raccontare la storia”, conclude Docter.
In altre parole: Pixar ha raggiunto la classicità, oltre che le vette delle Cascate del Paradiso.

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