15.Lug.09

Harry Potter e il Mezzofilm

L’abbondante anno di attesa non è stato ripagato dalla visione di “Harry Potter e il Principe Mezzosangue”, sesta pellicola della saga dedicata al maghetto inglese: ridimensionato il ruolo degli effetti speciali, all’interno di una ricerca più giallistica che improntata all’azione, il film riesce a riscattarsi stentatamente nel libero sfogo dell’adolescenza dei protagonisti. Peccato che la giovinezza di Lord Voldemort e i dubbi esistenziali del giovane Draco Malfoy promettessero di inchiodare gli occhi al grande schermo con ben altro interesse…

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Ponti avveniristici, che pure si contorcono sul placido Tamigi. Nere scie, la cui traiettoria si dipana a folle velocità lungo strade e vicoli di una Londra tanto sgomenta quanto ignara del perché. È questa la folgorante sequenza iniziale del sesto film che vede sempre per protagonista il mago Harry Potter, nato dalla penna felice di J. K. Rowling.

Una scena del film

Peccato, però, che all’esordio promettente David Yates non faccia seguire un (letterale) lungometraggio all’altezza del suo omologo letterario: ufficialmente crollato l’ordine del magico mondo, spenti i fuochi della battaglia frontale (e gli annessi effetti speciali), il regista non sa a cosa aggrapparsi.
La scrittrice deve la fortuna della serie all’astuzia con cui ha condotto l’evoluzione interna del genere, sempre più psicologicamente complesso e non per questo meno epico; diversamente, la pellicola manca appunto di una connotazione altrettanto forte, un suo equivalente visivo. A nulla vale ammantarsi di toni dark applicati dove possibile se il vero elemento unheimlich (il background personale dei cattivi) viene tacitamente giudicato superfluo, se il libro è in funzione della complessità dei caratteri, ricostruiti riannodando magistralmente indizi sparsi nelle centinaia di pagine addietro.
La più recente puntata cinematografica della saga non può aspirare a nulla più di questa stessa definizione: trattasi di un riassunto, seppure impeccabile. Pur di non compiere una scelta (critica, in tutti i sensi) tra gli elementi salienti del romanzo, il film finisce per dilungarsi in una lunga trama priva del collante di una cifra stilistica. Nell’intento di raggiungere la chiarezza, l’opera elimina proprio la necessaria atmosfera e scade nella didattica: nessuno si è preso la briga di far notare a Yates che le vicende di Harry Potter sono da lungo tempo appannaggio di “bambini cresciuti”, più che di un’infanzia anagraficamente in regola.

Una scena del film

Tant’è, gli stessi maghetti sono in pieno sviluppo (ormonale): pretesto che permette al racconto di inserire diversi aneddoti divertenti, questi sì compiuti nella loro originalità. Vale a dire, se non si spreca una lacrima in due ore e mezza (sbadigli permettendo) e men che meno con un finale ch’era lo stereotipo del pathos, quantomeno la sempre più espressiva mimica di Rupert Grint (alias un Ron Wesley fisicato) strappa sincere risate.

Rupert Grint in una scena del film

Rupert Grint in una scena del film

Questa, però, è una storia da Babbani. Ci si aspettava un fantasy che, se per una volta rinuncia a mozzare il respiro, a maggior ragione simboleggia il Bene, il Male e soprattutto l’Uomo, che nel mezzo compie le proprie scelte combattute.

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