08.Lug.14

Di elezioni e democrazia, in Afghanistan e altrove

L’Afghanistan è un Paese che, una testimonianza dopo l’altra, mi sta dimostrando di tenere al proprio futuro con molta più foga e convincimento di quanto io, occidentale abituata a dare tutto per garantito, avrei mai potuto immaginare.

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Ieri in Afghanistan sono stati resi pubblici i risultati preliminari del ballottaggio presidenziale: Ghani risulterebbe in testa con oltre il 56% dei voti, mentre Abdullah avrebbe ottenuto poco più del 43%.
Quest’ultimo ha contestato la veridicità delle prime stime. Di più, ha proprio dichiarato di essere lui il “vero vincitore” delle presidenziali (e no, non è da intendersi in senso morale e/o metaforico).

D’altronde, Abdullah sta parlando di frodi avvenute durante le votazioni sin dalla chiusura dei seggi, e sollevando tensioni a furia di dichiarare che disconoscerà il risultato finale di questo secondo turno elettorale.
C’è da dire che alcune prove fornite dallo staff del candidato hanno dimostrato – se non la fondatezza – almeno la ragionevolezza delle sue accuse, portando alle dimissioni volontarie del segretario della IEC (Indipendent Election Commission) Zia-ul-Haq Amarkhail, prima ancora che venisse confermata l’autenticità delle registrazioni utilizzate per accusarlo.

Temo che i brogli, ma soprattutto gli errori verificatisi in queste elezioni, verranno analizzati organicamente solo nei prossimi libri di storia.
Ricordiamoci che questo Paese sta andando al voto per la seconda volta nella propria storia, appunto, essendo stato una monarchia più o meno “illuminata” fino all’occupazione sovietica degli anni Ottanta, cui hanno fatto seguito il brevissimo governo dei Mujhaeddin e la ben più lunga dittatura della fazione dei Talebani. Non a caso, attacchi terrostici di matrice talebana si sono susseguiti con agghiacciante frequenza quest’anno, man mano che ci si avvicinava al primo turno elettorale: chiaro segnale che, per quanto l’Alleanza del Nord gli Stati Uniti e l’ONU in 13 anni siano giunti a sorvegliare militarmente tutto l’Afghanistan, la guerra non può ancora dirsi finita. Forse proprio per questa bruciante consapevolezza si è registrata un’affluenza da record; alla faccia di rappresaglie e intimidazioni, code interminabili davanti ai seggi e schede che andavano e venivano dai villaggi a dorso di mulo.
Stiamo parlando di un Paese in guerra da 35 anni tondi tondi, tra invasioni di eserciti stranieri (al plurale, sì) e lotte civili. Un Paese con economia, infrastrutture, condizioni sanitarie spesso precarie, per non dire inesistenti. Un Paese che, però, nonostante tutto ha saputo tenere testa a invasori ed estremisti, tanto con i guerriglieri asserragliati tra i monti (siamo in zona Himalaya) quanto con le scuole clandestine per donne e ragazze, per fare solo due esempi.

Un Paese che sta dimostrando di tenere al proprio futuro con molta più foga e convincimento di quanto io, occidentale abituata a dare tutto per garantito, avrei mai potuto immaginare.
Per dire, “qualcuno” già ieri sera ha dimostrato di non aver preso molto bene i risultati preliminari del ballottaggio.

Sì, quelli che sentite in sottofondo sono colpi di arma da fuoco. Brevi raffiche, a volte.
Sì, è una dimostrazione tutto sommato pacifica, cui hanno preso parte civili per la maggior parte, “scortati” dalle auto della polizia di Kabul.
Sì, chiaro che il tutto risulta piuttosto intimidatorio… e volutamente, temo.
Sì, è quello che ci si può aspettare nei primi tempi di una nazione in cui le decisioni sono finalmente prese a livello più o meno collettivo (e con quale partecipazione!), ma che ancora non ha messo a punto le procedure e in qualche modo “interiorizzato” le modalità con cui si discute, dibatte e anche protesta in democrazia. Credetemi, però, quando ribadisco che in tutto quello che leggo sull’Afghanistan, che siano status di miei conoscenti e colleghi di Kabul o interviste sui quotidiani internazionali, si legge un’appassionata volontà di arrivarci, a quella democrazia che ancora un po’ sfugge nella sua complessità.

Sì, penso che all’opposto il concetto di democrazia, quello che costa raggiungerla o proteggerla e cosa comporti esattamente la sua assenza, sfugga a molti miei concittadini. Molti dei quali dichiarano di vincere turni elettorali che ancora devono svolgersi, parlano di colpi di stato spesso e a sproposito, o ridimensionano una democrazia che nonostante le loro “profezie” si ostina a restare in vita (e allora dev’essere al tramonto).
Ogni volta penso a quei due-tre mie coetanei di Kabul con cui sono in contatto tramite Facebook, che il giorno delle elezioni hanno postato foto di se stessi e dei propri amici sorridenti mentre mostravano gli indici macchiati di inchiostro, chiaro segno dell’aver espresso il loro voto. E penso a quei 7-8 milioni di loro connazionali che sono andati a votare, mentre nel Paese si susseguivano 140 attacchi nell’arco di 24 ore.
Finisco sempre per pensare a me stessa, catapultata in quel contesto; io, che sono nata e cresciuta in una democrazia dei cui limiti comunque mi lamento appena ne ho l’occasione… e mi chiedo se avrei lo stesso coraggio di molti Afghani, che lottano per diritti di cui magari non hanno mai usufruito; eppure, sembrano comprenderne l’importanza più di chi li ha acquisiti alla nascita.

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