06.Giu.14

Lo strano caso del pianoforte abbandonato

Sabato scorso non sapevo ancora che fosse diventato un caso per mezza New York: il pianoforte abbandonato sull’East River di Manhattan, che era già riuscito a farsi notare da tutti ed essere reclamato da nessuno. Uno strumento ingombrante, che ci si chiedeva come fosse arrivato lì sulla riva, con quello che costa. Con quello che significa. Appunto: perché sono andati tutti a fotografarlo?

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Già sabato scorso avevo postato sulla Pagina Facebook in lingua inglese di Music Shop Europe una “sua” fotografia pubblicata da samhorine su Instagram, a stretto giro dalla sua apparizione.

Non sapevo ancora che fosse diventato un caso per mezza New York (tanto che, di lì a poco, l’immancabile Huffington Post ci avrebbe fatto sopra un post): il pianoforte abbandonato sull’East River di Manhattan, che da lunedì 26 maggio era riuscito a farsi notare da tutti ed essere reclamato da nessuno. Uno strumento ingombrante, che ci si chiedeva come fosse arrivato lì sulla riva, con quello che costa.
Con quello che significa. Non credo sia tanto la sua mole, ad aver scatenato il buzz in rete e, prima ancora, quello dei newyorchesi che sono corsi a farsi fotografare vicino al piano.

 

Molti si sono fatti ritrarre infatti in una posa specifica: mentre fingono di suonarlo. Tutte persone che, magari, non hanno potuto permettersi di imparare a suonare davvero il piano. Perché, a fare un giro di Do sulla chitarra, bene o male ci arrivano tutti. Tranne me, diciamocelo, che infatti ho sempre snobbato la questione considerando il pianoforte come *Lo* strumento musicale per eccellenza.
Pianoforte e archi (per non dire solo violino) rappresentano il classico, nell’immaginario collettivo; meglio, rappresentano la musica classica tout court, come sassofono e tromba stanno al jazz. E già su quest’altro genere mi viene da glossare, visto che ne so due cose in più rispetto alla classica. So, per esempio, che anche nel jazz ci sono fior di pianisti, da Lennie Tristano a Uri Caine passando per Keith Jarrett (guarda caso, musicisti che ho ascoltato ogni volta che è stato possibile, ovvero anche dal vivo).
A ogni modo, il pianoforte non è mai stato davvero “sdoganato” nella cultura pop, anzi semmai è vero il contrario.

In quest’epoca di mass culture all’ennesima potenza, resta un sogno proibito per molti. Non solo perché non ci si può permettere di averne uno, o anche solo di prendere lezioni e imparare due scale in croce.
Perché la comprensione profonda della stessa musica “colta” che sul pianoforte viene eseguita – dai Notturni di Chopin alle composizioni contemporanee di Philip Glass – sfugge probabilmente a molti di noi, me compresa.
Il che non ci impedisce di restarne conquistati, anzi letteralmente posseduti: da qualche parte nel vostro cervello, potreste scoprire che una manciata di neuroni e sinapsi hanno memorizzato il motivo di Per Elisa composto da Beethoven; poco importa che voi siate coscienti del suo titolo o del fatto che conosciate *già* il brano, vi basterà ascoltare le prime battute per ri-conoscerlo.

Questa fascinazione esercitata dall’oggetto-pianoforte, prima ancora del suo suono, l’ha ben espressa Joseph Beuys – mica per niente detto “lo sciamano dell’arte” – nel 1966, quando ha “soffocato” uno strumento a coda in strati e strati di morbido, avvolgente feltro silenziatore. Il pianoforte, e ancor più ciò che può scaturirne, vengono protetti e per questo negati ai presenti, che magari vorrebbero poter godere dello strumento.
A pensarci bene, che ce l’abbiamo in casa o no, che sappiamo cavarne una musica più o meno piacevole, siamo tutti destinati a subire un’attrazione non ricambiata nei confronti del pianoforte come di tutta l’arte basata sul suono. Che se ne va, finisce anche quando è stata registrata su vinile, CD o MP3: ci sarà sempre un momento di silenzio che interromperà l’incantesimo, prima che si riavvii la traccia.

E ci sta tutto, l’anticipazione aumenta il piacere, a sua volta nutrita dal ricordo – nostalgico – di un piacere già vissuto.
Per questo, in fondo, ho scritto questo post. Per rivendicare che avevo notato quel pianoforte prima dell’Huffington Post, e del Post e di tutte le testate italiane che due giorni fa si sono “svegliate” e hanno dato più o meno tutte la stessa notizia (perché tradotta dalle fonti estere, viva il giornalismo).
Per dire che, alla fine, mi interessa del pianoforte abbandonato come interessa a tutti quelli che sono andati a fotografarlo e farsi fotografare mentre lo toccano.
Per dire che quelle persone, e quelle fotografie, sembrano dire l’unica cosa sensata che si può dire di un pianoforte abbandonato, con tutta l’aspettativa che provoca la sua apparizione:

Suonalo ancora, Sam.

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