Menu antipanico

La mail di lavoro che arriva, mentre quella che aspetti tarda a comparire. La chat che devi aprire per scusarti, rassicurare, pianificare. E sono due giorni che non esci di casa perché il tempo è quello che è, i cani non stanno bene e ti attardi a controllare che i tuoi progetti abbiano fatto un passo avanti nella loro realizzazione, ma una volta a letto pensi solo a controllare che chi ami respiri, e come. Anche dopo che ti sei addormentata, ogni tanto irrigidisci il diaframma per avvertire quello del vecchio Bello che si alza e abbassa, contro la tua pancia.
E la mattina ti svegli ma non del tutto, sei agitata ma non attiva. Prendere un altro caffé, il terzo o no; ne hai bevuti già due? Aspetta, perché stai già bruxando. E sono solo le undici, già quasi mezzogiorno, e cosa hai concluso: niente. E il programma che avevi per oggi è a buon punto come la tua ansia, o no? Aspetta, quale dei tanti possibili era il programma fissato per oggi. E allora stacchi, prendi una pausa da un lavoro che neanche hai iniziato, stacchi la connessione veloce, troppo più veloce di te.
E chiudi la mattina e pensi al menu del pranzo.

Menu antipanico – Specialità del giorno

Primo piatto, Kyung-wha Chung nel Concerto per violino e orchestra op. 64 di Mendelssohn, con la London Symphony Orchestra

Musica classica. Quella che tu sei ancora troppo grezza per conoscere, e ti basta ascoltare. Che poi, finalmente ti sembra di capire cosa voglia dire Allegro *molto appassionato*: allegre le mani di lei sul suo violino, molto appassionato il suo inchino sullo strumento a occhi chiusi. Forte il controllo e delicato il rispetto, per quelle note che lei sta ascoltando prima che escano dalla cassa armonica, o quando già si assottigliano nell’aria.
Ma anche tu vuoi assaporare questa profondità, per cui canticchi per sentirla in gola. Abitudine che tua nonna ti ha trasmesso in quelle mattine casalinghe così simili a questa eppure lontane negli anni e nella geografia, e ti raccontava di un’altra Madame Butterfly e tu avevi tre anni. Ma vedi tu chi per prima ha piantato quell’orientalismo che anche adesso, senti un po’ chi stai ascoltando.

Rose André Le Notre recise

Rose André Le Notre – Meilland recise in piena fioritura e messe in vaso

Le rose, il contorno che oggi ci aggiungi tu

Questa cosa che le tue mani non riescono a stare ferme, e se non puoi suonare il violino allora adagi radici in letti di terriccio fresco di acquisto. Allegro molto appassionato anche questo, forse giusto un po’ più rude. Come piace a te, d’altronde. Che però stai piangendo.

Il calice per brindare a tanta bellezza

Inaspettatamente amaro, com’è sofferta la bellezza cui si accosta.
Sciacquare il saporaccio dell’ansia in queste note che sfumano, lasciando un pizzico di sale sulle labbra. Quanto basta, perché tu possa riconoscerci il gusto della tua saudade. Che siamo d’Italia, della Corea o delle Americhe, a noi del Sud la vita piace sempre un po’ carica.

E allora bagni ancora un po’ il monticello alla base delle rose, sperando che siano generose con te come tu finisci per esserlo sempre, che sia annaffiare o scrivere.
E se così non sarà, ben sai che proverai ancora.

Per finire, qualcosa di buono *davvero*

Chissà da quanto Pico ti sta sorridendo. Quel sorriso allegro molto appassionato, a dispetto dei denti che adesso gli mancano, e che ti riserva quando non sa bene cosa di canino si possa fare per approcciarti. Sa che in questo momento non è il caso di saltarti addosso né abbaiare; questo lo sanno anche gli altri due, che infatti sono proprio a cuccia. Solo allora avanza Pico, che per anzianità – di servizio più che anagrafica – altrimenti lascia che gli altri si facciano avanti, con quell’esuberanza allegra molto vivace.
Pico è l’unico che prova a fare quello che fai tu. E lui, che ti conosce da quasi otto anni, non conoscerà ancora il termine ma ha ben presenti gli effetti di un sorriso umano: quel movimento che gli cresce dentro, un sentimento allegretto ma non troppo, bastevole a fargli sgranare gli occhi di ingenua sorpresa e piegarsi un po’ in avanti a ricambiare quello che – hei! – non è un ringhio, ma una specie di invito.
Nel suo sorriso ci trovi l’imbarazzo per il coraggio di mostrartelo, un ringhio in faccia alla sua mamma e fidanzata e padrona; con la fiducia che se lo ha imparato da lei, allora funziona, contro le regole della sua stessa caninità. Imbarazzo perché non c’è modo di affinare oltre questo messaggio da specie a specie. Nè tempo, ormai. E ti verrebbe da piangere ancora, per questo, se non fosse che Pico ti ha poggiato una zampa sulla gamba e ti chiede di accucciarti, per ritrovarci spalla a spalla come un vero branco. O una famiglia. Perché i levrieri sorrideranno, ma Pico ti abbraccia anche.

piccolo levriero italiano anziano mentre scodinzola

E tutto questo è quello per cui soffri e vivi, che ti ferisce e consola nello stesso istante e per la stessa identica ragione: la bellezza, quella che non si discetta e neppure pianifica, quella che solo senti mentre speri che senta la tua disponibilità a essere partecipe, almeno complice, del grande disegno. Come un violinista con l’orchestra, un giardiniere con la sua rosa, tu che per una mattina ti senti una virginia wolf nel bene e nel male con il tuo – piccolo, italiano – levriero.

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