Di autori, editor e altre figure leggendarie

Premessa

Il 20 febbraio ho ufficialmente “lanciato” un mio nuovo progetto, HALFαDOG.
Il primo progetto che:

  1. ho ideato, voluto e portato io alla pubblicazione, senza dover rendere conto a nessuno tranne che a una persona (di cui parlo al punto 5);
  2. mi vede impegnata innanzitutto a raccontare storie, come in fondo desideravo fare sin da quando ho cominciato a scrivere (con carta e penna, per dire quanto tempo è passato);
  3. non aveva deadline eppure è giunto alla messa online nei tempi che mi ero data (e se mi conosceste in privato, potreste valutare l’epocalità di questo evento);
  4. non è incentrato su alcun argomento per cui vanto una preparazione accademica o professionale, eppure è qualcosa di cui ho sempre discusso nella vita “analogica” e scritto nei miei tanti diari, perché con cani (e gatti) ci sono nata e cresciuta;
  5. tratta della mia famiglia ed è realizzato in collaborazione con un familiare, ovvero Companion.


Come ho sempre sognato di fare sin da adolescente, quando creavo la mia personale fantasia sull’amore romantico: un sodalizio sentimentale e artistico. Quanto poi la vita reale si discosti dalla fantasia, l’ho scoperto in 15 anni di tentati progetti e tentate relazioni; elementi della mia vita ugualmente importanti, eppure quasi sempre in contrasto tra loro. Di certo, mai intimamente connessi se non per l’alto stress con cui li ho vissuti.
Di certo perché non è facile lavorare con me: ci sarà un motivo se su Twitter ho sempre “bollato” i miei aneddoti di vita professionale con l’hashtag #psychoeditor.

In generale, non è proprio facile lavorare con le persone con cui vivi, una volta che si è spento il computer o si è usciti dalla sala riunioni.
Con molti dei miei colleghi sono andata a cena, a casa di alcuni ho anche dormito dopo aver perso il treno, pochi – ma buoni – di loro sono diventati amici. Dopo, però. Dopo che ci siamo scannati per una divergenza o per la semplice pressione a cui eravamo sottoposti, dopo che siamo andati a bere un caffé e ci siamo detti che “era solo una questione di lavoro”. Niente di personale, o meglio: non più di quanto emerge in queste situazioni. (Che già non è poco.)

Ma in questo progetto io scrivo di me, e di Companion, e Companion disegna se stesso e me, e scriviamo e disegniamo separatamente ma sotto lo stesso tetto – rinunciando a qualche ora che potremmo passare assieme – ed entrambi siamo chiamati a pronunciarci sul lavoro dell’altro: di personale, qui, c’è tutto.
Con il crescere della tensione – la mia – negli ultimi giorni, mi sono resa conto che invece mi stavo sempre più comportando come se fossi ancora in una redazione. Tipo che, per una settimana consecutiva, Companion si è svegliato e addormentato con me che ripetevo in loop, come da tweet seguente:

Prima conversazione della settimana con Companion: “Se entro il weekend non mi consegni le nuove tavole, ti uccido.” #Psychoeditor, sempre.

— Kate P. (@katepit) 17 Febbraio 2014

Finché il giorno fatidico del “lancio”, riguardando i post online e quelli già pronti e pianificati, non mi sono tranquillizzata. Tornando un essere umano. Il che non significa che abbia perso la voglia di scrivere e comunicare, anzi. Infatti, Companion si è beccato questa (lunga) mail.

Oggetto: [Non ti spaventare!] Promemoria a futura memoria

Non voglio scriverti cosa ha dai fare o disegnare, perché credo di avertelo detto e ripetuto tutti i giorni della scorsa settimana e di questa. Ma non temere: se non qui, te lo ripeterò ancora!
Quindi, qual è il punto di questa mail?
Un chiarimento, ovvero un chiarimento su quelle che percepirai probabilmente come intimidazioni – sempre più frequenti e sempre più percepite come tali, in futuro – e che invece sono semplicemente il “mio” modo di lavorare.

Come lavora l’editor, ovvero l’editor contro l’autore

Da una parte c’è l’autore, che più si sente sotto pressione e meno lavora.
L’autore, sull’onda dell’entusiasmo della motivazione dell’ispirazione o di chiama-come-ti-pare-quella-forza-interiore-lì, è capace di buttarti giù tutto un novel (graphic o no) in tre giorni.
Basta che gli dai un’idea e lasci che gli frulli nel cervello. Basta, soprattutto, che non gli chiedi di tirarne fuori un bel nulla.
Dall’altra parte, nel senso che è dall’altra parte dello schermo di un computer e non lo vedi nè lo senti mai (se non bestemmiare), c’è l’editor. O redattore, o caporedattore, o caposervizio; sempre un (lavoro) infame resta.
L’editor è quello che ha in qualche modo addomesticato la sua vena creativa ed è diventato un dannato contabile. Neanche tanto bravo, visto che conta i giorni alla consegna e poi all’autore riferisce sempre una cifra inferiore: se mancano dieci giorni alla pubblicazione, all’autore dirà che sono tre. Può concedergliene cinque al massimo, metti caso gli si ammali il gatto dell’autore.

Però. Se hai il coraggio di avvicinarlo al di là della cortina di fumo prodotta dal suo tabagismo incessante, l’editor si rivela un essere umano, pure un po’ pallido: “Non sono stronzo, è che mi hanno fatto diventare così”. Chi? Gli autori, ovvio. Dopo un tot di consegne mancate o dilazionate per le quali lui – l’editor! – si è beccato la lavata di capo e ha dovuto farsi un mazzo così per recuperare il ritardo altrui.
È così che l’editor ha imparato ad anticipare le bizze dell’autore. Al quale, a ogni sacrosanta consegna, si ammalerà il gatto e tutti i familiari in sequenza; poi dovrà assistere ai funerali della prozia americana di cui nessuno sapeva niente ma che è comparsa giusto per morire… e – miracolo! – risorgere in tempo per fare da alibi all’autore per la consegna successiva.

L’editor lo sa, di cosa è capace l’autore.
Che è capace di tirarti fuori il capolavoro in tre giorni, sì, ma dopo aver rimuginato su millemila idee per dieci anni accumulando nel frattempo debiti perché aveva bisogno di tempo – e denaro – per rimuginare con calma. Tira fuori il capolavoro quando la vita – con la promessa della soddisfazione, o il pungolo del pagamento a consegna avvenuta – lo costringe a creare.
L’editor è generalmente ateo perché non riesce a credere che un creativo possa aver fatto l’universo e tutto quanto in soli sette giorni: “Di sua spontanea volontà, poi”.
L’editor sta all’autore come il Grillo Parlante sta a Pinocchio: antipatico e saccente uguale, ma fondamentale per la buona riuscita della carriera del protagonista.

Come avrebbe voluto lavorare l’editor, ovvero la frustrazione contro la creatività

Se l’autore è (s)fortunato, può capitargli di incontrare un editor autore-mancato: quello che non è riuscito a farsi prestare i soldi sufficienti a realizzare una delle sue idee e ha dovuto trovarsi un lavoro appena un po’ più serio (talmente, che in effetti nella percezione esterna della filiera editoriale nessuno sa dirti che diamine di lavoro sia).
Un editor… come me, che infatti sono tanto pignola sulle tue consegne quanto ritardataria – e spergiura – quando chiedono a me di consegnare un qualunque testo di cui sono “autrice”.
L’autore per un attimo si sentirà addirittura compreso; finché non scoprirà di non essere mica automaticamente scusato per il suo “essere creativo”. La frustrazione sì, rende stronzi.

Se l’editor però è anche un minimo intelligente – più dei supervisor che in passato mi sono capitati, per dire – invece del Grillo Parlante può adottare a modello il topolino di Dumbo: dare al autore un’idea, rigorosamente irrealizzabile, e stuzzicarlo finché questi non si sente spronato ad attuare l’inimmaginabile. (A differenza dell’editor, agli autori piace molto la storia di Dio Creatore.)

Come lavoreremo noi, ovvero l’editor “creativo”

Quindi, il punto di questa mail è che serve a poco dirti cosa ti ho già proposto di disegnare e non hai ancora disegnato, nè ora nè – più o meno – mai. Nei prossimi giorni, piuttosto, ti darò altro da disegnare. Così io mi sentirò effettivamente creativa come mai nel mio lavoro di editor, e a te prima o poi dovrà pur piacere un’idea su dieci!

Ti ho promesso che ci saremmo divertiti, in questo progetto, pur promettendoti che avremmo lavorato professionalmente; ecco, vorrei che fosse come raramente è stato il mio lavoro: entusiasmante, all’altezza di tutti gli anni che hai passato a desiderarlo con ogni neurone della tua fantasia e ossicino della tua mano abbarbicata alla penna. Entusiasmante, abbastanza da farti superare i momenti di sforzo prolungato – e frustrazione – che comunque ci saranno.
Ti ho promesso che avresti assaggiato il professionismo, ma non voglio farti sentire un professionista frustrato prima ancora della prima commessa a pagamento: gli stage, lasciamoli agli altri italiani.

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