29.Dic.13

“Vergogna” di J. M. Coetzee (1999)

La vergogna come metro di giudizio della società, interiorizzato dai suoi componenti; la vergogna come quello che bisognerebbe provare quando le pulsioni si fanno sentire, a dispetto delle regole sociali. Ma se a quelle pulsioni non si resiste, e la debolezza si fa forte delle aspirazioni umane alla decenza, allora dovrebbe subentrare il senso di colpa. Quel pentimento che il protagonista del libro non avverte, almeno non per se stesso. Si vivrà con ben altri tormenti come padre, quando la figlia vorrà affermare la propria indipendenza rispetto agli stessi valori “civili” di cui il padre si fa inconsapevole portatore.

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Vergogna di J.M. Coetzee, 1999

Copertina del romanzo Vergogna di J.M. Coetzee, pubblicato in Italia da Einaudi nella collana ET.

La vergogna del romanzo scritto da J.M. Coetzee nel 1999 è il sentimento che i componenti della società occidentale provano per i propri o altrui comportamenti, dopo che il metro di giudizio collettivo è stato a tal punto interiorizzato da essere vissuto e applicato già a livello inconscio, come fosse un istinto; la vergogna è quanto bisognerebbe provare quando le pulsioni si fanno sentire, a dispetto delle regole sociali. Ma se a quelle pulsioni non si resiste, e la debolezza si fa forte delle aspirazioni umane alla decenza, allora dovrebbe subentrare il senso di colpa. Quel pentimento che il protagonista del libro non avverte, almeno non per se stesso.

Eppure, se non si vergogna del suo essere uomo, si vivrà come padre con ben altri tormenti, nel momento in cui la figlia scoprirà nel peggiore dei modi di appartenere al “sesso debole” e vorrà lo stesso affermare la propria indipendenza, anche dai valori del padre.
Sarà allora che il lettore avvertirà una sorta di contraddizione nel protagonista, che tanto predica per sé la legittimità di un comportamento socialmente discutibile… quanto non riesce a riconoscere alla figlia la stessa libertà, nel momento in cui il dissenso diventa ben più radicale.

Scorrendo questa trama composta da comportamenti ingiustificabili, spiegazioni psicanalitiche e storiche, condanne sociali che nulla possono contro il peccato originale, cosa resta al lettore? Non certo la vergogna o il senso di colpa, che davvero ai margini di una società travagliata diventano inutili impedimenti alla sopravvivenza.
Perché l’individuo dovrebbe restare fedele nel profondo alle regole di una civiltà, che non è la prima né l’unica, laddove questo consorzio sociale ha sbaraccato? Il protagonista si trova di fronte ad altre leggi, non dette eppure costantemente sottintese. Sono lì, e l’ignoranza non scusa.
Egli si trova abbandonato al suo destino come ad abbandonare altri al proprio – come esplicita egli stesso nel finale.

Nonostante il sentore di cinismo che al lettore resta addosso e attorno – inevitabile, leggendo il romanzo protetto dal design del suo salotto e magari del suo stesso ereader -, le decisioni cui giungono il protagonista e sua figlia, i loro amici come i nemici, diventano legittime nel momento in cui si smette di valutarle come giuste o sbagliate, onorevoli o vergognose. Come possono essere inammissibili, quando loro sole permettono di vivere con se stessi e forse anche gli altri.
Perché la pulsione prima è quella di perpetuare la propria esistenza, nonostante tutto e tutti, e ignora qualunque legge. E non si scusa mai.

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