Ottimismo: tra cecità e determinazione

A dispetto del precetto materno per cui non si parla con gli estranei, a furia di ore trascorse su metro e treni sono diventata io, l’estranea con cui il vicino di posto attacca bottone. (Mio malgrado, Madre, te lo garantisco!) Pure con gli auricolari indossati di default, c’è sempre qualcuno che mi chiede un’informazione su orari e fermate. O mi chiede una sigaretta, semplicemente. Se scrivo, è per condividere la mia vita in assenza di compagni di viaggio; figurarsi se mi formalizzo con quei malcapitati che viaggiano sui miei stessi binari!

Alcuni giorni fa ho speso il tragitto Gorgonzola-Milano Centro parlando con una giovane truccatrice, che ho scoperto essere di origine romena a metà della conversazione. In Italia per sua scelta da quando aveva 15 anni, ora che ne ha 25 pensa di tornare in Romania. Le manca Bucarest? Forse, perché a parlarmi della sua “piccola Parigi” mi ha trasmesso la voglia di visitarla.
Ma sarebbe una ragione insufficiente, per una ragazza dotata di una simile determinazione. Una lucida volontà di autorealizzarsi che ho percepito sin dal principio della chiacchierata. Ha avuto inizio già sulla banchina, quando lei si è profusa a spiegarmi come e perché ha smesso di fumare. A me! Che ascoltavo volentieri come al mio solito, certo, ma intanto le fumavo in faccia. E lei non faceva una piega, anzi: non parlava per “convertirmi”, quanto per rafforzare il suo convincimento. No, ogni sua scelta fa parte di un piano di vita complessivo.
Vuole tornare nel suo paese d’origine, ma non presso i parenti che le starebbero troppo addosso – “lì hanno un’altra mentalità; io non la giudico, ma non è la mia”. Non vuole cercarsi marito e mettere su famiglia, come continua a chiederle sua nonna che non capisce il valore dell’istruzione ricevuta dalla nipote, le possibilità che le dà una specializzazione professionale.

Qui in Italia l’educazione è per tutti, di gente preparata ce n’è tanta, ma tornando in Romania io potrei distinguermi davvero.

Ecco il motivo del suo ritorno in patria: un’analisi intelligente di benchmarking, con l’obiettivo di limitare i danni di questa crisi economica e lavorativa che sta affrontando l’Europa.

Io amo l’Italia, perché c’è buon cibo, cultura… e l’euro. A chi non piace l’euro, con tutte le possibilità che dà ai cittadini?

Ecco, qui confesso di aver educatamente taciuto ogni possibile replica: cosa potevo dire, a questa giovane adulta?
Una che nei primi anni di vita ha vissuto la caduta del blocco comunista, che sua madre teneva tra le braccia sotto il tavolo della cucina mentre in strada si combatteva la rivoluzione, che ha scoperto “l’Occidente” solo giunta in Italia (“mica li abbiamo vissuti in Romania, quegli anni Ottanta che conosce il resto del mondo”).
Come le spiego che molti italiani adesso si sono convinti che è meglio uscire dall’Eurozona? Che gli italiani, non mancando le (loro) ragioni, in generale oppongono resistenza alla necessità di ragionare su medio e lungo periodo?

Credits per l’icona in homepage: Protest designed by Juan Pablo Bravo from The Noun Project

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