07.Mar.13

Story of a bite: Steve Jobs e il design Apple

Approfittando della mostra “Story of a bite. Steve Jobs e la rivoluzione di un’idea” al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, ho raccolto in questo articolo del 2012 – a pochi mesi dalla morte di Steve Jobs – alcune considerazioni riguardo alla vera eredità del CEO di Apple: una visione totalizzante dell’experience design.

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In inglese, bite ovvero “morso” (alla Mela, l’oggetto della tentazione per eccellenza) e byte (unità di misura delle informazioni digitali) si pronunciano allo stesso modo. Proviamo oggi a spiegare le comuni origini che, in definitiva, hanno la storia di una mela morsa (la Apple come il frutto biblico) e quella recente dell’ICT. Tutto comincia infatti dal desiderio, primo e fondamentale motore dell’azione umana.
Steve Jobs ne era ben conscio se, da quel grande storyteller d’impresa che è stato, ha sempre puntato sull’identificazione tra il brand e se stesso, self made man – e l’accento cade ancora una volta sulle “umane cose”. Non è un caso che, lungo il percorso espositivo della mostra Story of a bite al milanese Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia, tanta importanza sia riservata alla figura del CEO di Apple quanto alla produzione dell’azienda di Cupertino – attraverso i computer e i prodotti che hanno caratterizzato la nascita e la crescita, come i suoi software e sistemi operativi. Perché, e lo ripetiamo per l’ultima volta, questa non è tanto una storia di innovazioni tecnologiche quanto sociali.

Come ha giustamente rilevato Christine Murray nel suo editoriale sull’Architects’ Journal, proprio il giorno della morte di Steve Jobs, “il co-fondatore di Apple ci ha dato quello che volevamo, prima ancora che sapessimo di volerlo“. Un’abilità, sottolinea Murray, condivisa dai migliori architetti (e designer, ci sentiamo di aggiungere): “Sviluppare un design che viene incontro alle esigenze future dei clienti, oltre che a quelle già presenti. Aggiungendoci quel qualcosa in più che supera le loro stesse aspettative“.
E rende loro la vita più facile, ha scritto quello stesso 6 ottobre 2011 Jonathan Glancey, stavolta sul Guardian. “Non è soltanto una questione di usabilità della tecnologia da parte di scrittori e milioni di utenti impegnati nella cosiddetta Industria Creativa, il fatto è che il design dei device Apple è seducente“. Jobs, conclude l’autore, ha dato una nuova forma al personal computer: ha reso le tecnologie digitali esteticamente ed emotivamente accettabili presso la più vasta fetta di mercato, ovvero quell’utenza scettica e diffidente per cui la transizione dall’analogico all’informatica rischiava di diventare traumatica.

Qualsiasi oggetto Apple, in buona sostanza, non soltanto è stato concepito per rispondere a una funzione, ma quella funzione l’ha molto spesso inventata ex novo, inducendone innanzitutto il desiderio all’interno di una collettività che fino a quel momento pensava di poterne fare a meno.
O, anche, di doverne fare a meno perché troppo complessa, difficile da gestire, “tecnica”. Nel loro design minimale, i device Apple hanno portato all’estremo il pensiero del less is more, sollevando l’utenza dalla responsabilità di dover forzatamente apprendere il funzionamento – tanto sul piano fisico quanto processuale – delle macchine, in una società sempre più ingolfata dalle proprie stesse conoscenze.

Cliccando qui, è possibile leggere il resto dell’articolo sul portale Living24.it.

Entrance to Apple’s subterranean flagship store on Fifth Avenue in Manhattan, New York City

Qui di seguito, un’anteprima delle fonti online citate nel corso di questo articolo – comprese le fotografie di Thomas Hoepker – e di alcuni testi critici per ulteriori approfondimenti:

21 Links from: Steve Jobs: design and technology

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