21.Ott.07

Nuove Voci: Martino Ferro è il primo che sorride

Il romanzo d’esordio di Martino Ferro è una storia incantevole, che dell’incanto ha innanzitutto l’ottica. La scelta di un soggetto scomodo e forte di suo, quale può essere quello dell’esistenza precaria di una bambina trascurata, […]

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Il romanzo d’esordio di Martino Ferro è una storia incantevole, che dell’incanto ha innanzitutto l’ottica. La scelta di un soggetto scomodo e forte di suo, quale può essere quello dell’esistenza precaria di una bambina trascurata, viene risolta in termini minimalisti, asciutti, scevri da insistenze grottesche. Nonostante iniziali difficoltà di ambientazione, il lettore finisce per assumere con leggerezza l’ottica della protagonista vivendo nel suo mondo magico, colmo di risonanze ed aspettative. E’ una lettura scorrevole che porta a ritrovare la propria ingenuità, nonostante il tempo del risveglio non sia distante.

Caterina Porcellini: Da dove hai tratto l’ispirazione per questa storia? Non sembra avere un’origine autobiografica.

Martino Ferro: Chiaramente è un personaggio molto lontano da me, perchè è una ragazzina: sia come genere sessuale che come età e tutto quanto. Poi è chiaro che ci sono un sacco di cose che magari non sono autobiografiche, nel senso che non riguardano me personalmente, ma sono cose che ho incontrato, che ho visto… che ho sentito o che ammetto anche di me stesso, certo. Penso che una delle fatiche più grosse per uno scrittore sia un po’ di nascondere ciò che ha provato riguardo alle cose.

CP: Eppure la tendenza generale è quella di scegliere come primo soggetto un argomento familiare, un soggetto autobiografico in cui ci si riesce a muovere meglio.

MF: Certo, si cerca sempre di parlare di qualcosa che si conosce. Per me è stato più facile farlo indirettamente. Se avessi dovuto raccontare la mia storia, di quando avevo quell’età, sarebbe stato più difficile creare un racconto.

CP: Hai lavorato come sceneggiatore. La storia è nata con una diversa destinazione oppure hai pensato subito di farne un romanzo?

MF: L’idea era nata come soggetto cinematografico, poi è rimasta in sospeso. A me piaceva il personaggio della ragazzina, quindi ad un certo punto l’ho ripreso in mano da un punto di vista letterario, cercando proprio la sua voce. Da lì è nata la storia, che ha preso tutta un’altra intenzione rispetto a quella che poteva essere l’idea cinematografica.

CP: Leggendo la storia, ho avuto però la sensazione che tu continuassi a lavorare molto con le immagini; ci sono diverse scene che hanno un impianto cinematografico, dirette soprattutto dallo sguardo della protagonista. Pensi che il lavoro di sceneggiatore abbia influenzato anche la tua scrittura?

MF: Tra le due cose c’è una relazione che non è diretta. Per me il cinema è stato un riferimento importante, non solo come linguaggio. Anche da un punto di vista narrativo e stilistico, alcuni miei riferimenti sono cinematografici, per esempio Mouchette di Bresson, che è un film che racconta di una ragazza appena più grande; o anche Rosetta dei fratelli Dardenne, in cui la protagonista vive con la madre in una roulotte, film tutto filmato dalle spalle che dà un po’ la stessa idea di Nicòl che cammina a testa bassa.

CP: In effetti, il libro si legge vedendo le cose dall’ottica di Nicòl, ma non vedendo lei: non è un personaggio autoriflessivo, tende piuttosto a proiettarsi nella propria avventura mentale. Secondo me questo è un elemento di originalità rispetto ad un romanzo classico, perchè affronta il disagio e la particolarità della situazione dall’interno. Hai incontrato difficoltà ad adottare l’ottica di Nicòl?

MF: Ero costretto dentro il suo sguardo. Questo poteva essere un aiuto, nel senso che avere un punto di vista forte ti crea la base per il racconto.

CP: In un certo senso però questo ti ha costretto alla censura. Il libro non pronuncia giudizi, non prende posizione.

MF: Certo. Ho cercato di rimanere sempre dentro il suo sguardo, di non uscirne per guardarla io dall’esterno. Avevo l’impressione che dei giudizi avrebbero tolto un po’ verità a ciò che raccontavo.

CP: Questa particolarità emerge bene dal confronto con un romanzo affine, Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte di Mark Haddon.

MF: Sì sì, l’ho letto quando ero in Australia, in inglese. Ci ho trovato moltissimo, tanto da pensare “Meno male che l’ho letto adesso e non prima!”, perché sicuramente avrebbe potuto influenzarmi. Mi è piaciuto molto, mi ha sorpreso perchè ho trovato delle somiglianze anche strutturali, di necessità della storia, che forse possono non apparire evidenti. Come ad esempio la fuga dei due protagonisti, cose di questo genere. In qualche modo certi eventi sono portati proprio dai personaggi.

CP: Eppure, Haddon si distingue perchè trova comunque il modo di ovviare alla ristrettezza dell’ottica. In alcuni punti si sente una forzatura, in tutti quei discorsi fatti dagli adulti al bambino autistico si avverte la necessità del narratore di chiarire la storia a discapito della verosimiglianza e della coerenza. Tu invece non lasci interagire il mondo adulto nella storia, lo lasci osservare da Nicòl.

MF: Sì, proprio per la ragione che avrei trovato difficile restare coerente, avrei avuto l’impressione di forzare la storia. Poi il romanzo di Haddon risulta comunque equilibrato, è anche un altro stile. Però anche io ho dovuto pormi lo stesso problema. A volte ho sentito la necessità di spiegare dei passaggi, di far intervenire qualcuno, ma sapevo di non poterlo fare. Questo mi ha portato a trovare altre soluzioni.

CP: Come la scelta di lasciare in ombra alcuni risvolti della storia. Per esempio la vicenda del padre di Nicòl, di cui non si spiega mai l’assenza. O la questione del traffico di droga, che resta irrisolta, a cui si collega la presunta maturazione della sorella su cui però non possiamo avere certezza. Tu non pensi che il lettore si senta tagliato fuori?

MF: Sì. Un po’ non mi dispiaceva questo effetto che poteva provocare. Poi, siccome un intervento sarebbe nato non dall’esigenza di Nicòl ma da quella mia, di scrittore o lettore, mi sono chiesto se la storia ridotta avrebbe potuto reggere lo stesso. Così ho scoperto che tenere fuori certi elementi poteva starci, anzi questo gioco di illuminare una parte della scena, e lasciare altro fuori, mi piaceva proprio.

CP: Ne guadagna anche in atmosfera. Rispecchia la vera psicologia di un bambino, che non per forza pensa nello stesso ordine di un adulto, per cui Nicòl dà magari importanza a cose che un adulto trova solo fuorvianti.

MF: Ma anche un adulto, quando parla in prima persona, può evitare di riferirsi a certe cose perché non ha bisogno di spiegarsele. La prima persona è appunto uno spazio che permette di giocare in questo modo con la narrazione. Tutto è nato dalla prima persona, dalla voce di questa ragazzina. Chiaramente la costruzione degli avvenimenti ha poi la sua importanza, perché porta avanti un’esperienza, una parabola. Ma quello che guidava era la voce di lei.

CP: In effetti il finale porta ad un’evoluzione. Nicòl torna a casa e prende determinate decisioni. In che ottica vanno inquadrate? E’ la realizzazione del suo sogno che comincia per B o la sua rinuncia?

MF: Dal punto di vista della storia, secondo me, tutto riguarda il fatto che Nicòl ad un certo punto fa una promessa, una specie di patto, che non è esattamente dichiarato. E’ un po’ tra le righe. Nel momento in cui sente più forte l’oppressione del suo problema con la vista, accende la candela che aveva con sé; un po’ la sua promessa è questa: “Se riesco ad uscire fuori da questa cosa, che adesso mi opprime con più forza, in qualche modo prometto di aderire a quella normalità che mi è richiesta dall’esterno.” Questo è in un certo senso un punto di arrivo, perchè lei si libera di un problema che la limita, ma secondo me è ancora più una perdita. Nel senso che in questa promessa mantenuta c’è la rinuncia a tutto quel mondo. Il problema è che lei non riesce a conciliare i due mondi, il suo magico e quello che c’è fuori. Alla fine è costretta a scegliere, tanto che per me le ultime righe sono anche un suicidio simbolico, la morte del personaggio. Alcuni mi hanno detto che il finale è un po’ brusco, spezzato. Per me però ha un senso, perché questo passaggio è brusco nella realtà, nella vita di un pre-adolescente. Simboleggia il passaggio che viviamo tutti.

CP: A proposito di immagini simboliche, Nicòl non riesce a fissare l’orizzonte. E’ un elemento con valore volutamente simbolico o nasce per ragioni estetiche, come suggestione?

MF: Nasce decisamente fuor di metafora. Il piano su cui mi muovevo non prevedeva la ricerca di simboli, ma più l’esigenza di avere un personaggio rappresentativo. L’immagine di lei che cammina con la testa bassa era per me una dinamica forte, che mi diceva delle cose. Ho conosciuto diversi casi legati alla vista, che riguardavano l’agorafobia come l’equilibrio. Per me l’argomento era importante, perchè il romanzo è molto giocato sull’elemento visivo. Mi sembrava consonante, il fatto che la cosa più forte fosse proprio questo problema.

CP: Io lo interpretavo come un disagio psico-fisico legato alla sua vita precaria. Come il simbolo della sua reale mancanza di prospettive future.

MF: Certo, anche. Come pure il fatto che lei viva molto chiusa in un suo mondo, anche di questo era rappresentativo. Una forma di rifiuto o anche di protezione, o semplicemente di passione verso il suo mondo privato.

CP: E quindi la scomparsa del disturbo, che tu interpreti come rinuncia, non può essere vista anche come guarigione, riconciliazione con il mondo esterno?

MF: Sì lo è. L’ambiguità è proprio questa, non volevo raccontare la storia del bambino che perde il suo mondo interiore e quindi subisce una sconfitta. In realtà quel passaggio è anche necessario, non soltanto negativo. Quello di cui volevo parlare è il conflitto tra questi due mondi. Sicuramente, nel momento in cui Nicòl capovolge la propria prospettiva, le si apre la possibilità di vivere meglio la realtà che ha intorno. Il problema è nell’impossibilità di portare il suo vecchio mondo nel nuovo.

CP: E per te non c’è conciliazione possibile?

MF: In generale, forse sì… In questa storia no.

CP: E le storie che vedi nel tuo futuro?

MF: Adesso sto scrivendo, una cosa più difficile. Più corposa, una storia differente. Ci sto sbattendo un po’ contro, ma mi ci sto appassionando.

CP: Ormai sei uno scrittore professionista. Pensavi già di pubblicare la tua prima storia, mentre la scrivevi?

MF: Dopo che ho scritto i primi capitoli e mi piacevano, ho deciso di andare avanti seriamente. Allora sì certamente, pensavo alla pubblicazione. Ovviamente senza sapere come e con chi! La proposta dell’Einaudi è stata una grande fortuna.

CP: Cosa funge da linea di demarcazione tra una scrittura amatoriale ed uno scrittore professionista?

MF: Io penso la demarcazione stia nel momento in cui la persona, che ama scrivere, comincia a leggere ad altri la propria storia, il racconto, i primi capitoli. Lì, se l’opera non è pensata per la lettura, non ha forza di attrazione sul pubblico, dopo tre capitoli chi ascolta si sarà stancato e sarà evidente. Questo passaggio pone nell’ottica dello scrivere per qualcun altro, che è fondamentale per l’interno della storia. Il personaggio emerge tanto più si confronta con i momenti drammatici della narrazione, se si continua a tenere l’opera in un limbo non troverà mai la sua espressione più completa.

CP: La questione dello scrittore professionista ha un altro aspetto: si può vivere di sola scrittura?

MF: Io non penso sia possibile. Questo per vari motivi. Al di là della questione economica (se in Italia si vendono diecimila copie di un libro è già andata bene, eppure non bastano a coprire il lavoro che hai svolto). Ma penso anche che, per scrivere, bisogna attingere da mondi che sono esterni alla pratica della scrittura. Motivo per cui molti scrittori sono magistrati, giornalisti, sempre in contatto col mondo durante la vita quotidiana. Se passi le tue giornate a scrivere, dopo qualche anno non potrai che raccontare della vita di uno scrittore.

CP: Segui allora la massima di Svevo: vivere per scrivere.

MF: E’ un po’ forte! Sicuramente meglio di Verga, che diceva: la vita o si vive o si scrive. Quella fa ancora più paura…

Titolo: Il primo che sorride

Autore: Martino Ferro

Casa Editrice: Einaudi, collana “I coralli”

Anno: 2006

Numero di pagine: 157

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