27.Mag.09

Haruki Murakami: Dance dance dance. Un buon consiglio.

Recensione (criticamente parziale) di un libro che, se in prima battuta mi ha intrigato per gli spunti riflessivi e le simbologie curiose, ha finito per piacermi per meriti extra-artistici: è uno di quei romanzi che acquistano valore per il fatto di incrociare, nel momento giusto, il nostro intreccio personale, mischiandolo al proprio. Tanto per cominciare, mi sono ritrovata nell’attività lavorativa del protagonista: anche io “spalo la neve”…

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Com’è solito sostenere il protagonista di quest’opera, anche io spalo la neve.
Il fatto che scriva, o partecipi a una serie di attività che si presume abbiano finalità culturali, non implica necessariamente che debba impegnarvi l’intelligenza, men che meno la creatività. Nei confronti del mio lavoro, tanti assumono benissimo lo stesso atteggiamento di uno che sgombri le strade cittadine dalla neve caduta: si fa quello che è giusto fare, con metodo e perizia quanto si vuole, senza tirarsi indietro davanti al profilarsi di un necessario sforzo.
Il fatto che io viva la mia situazione in altro modo mi avvicina a un altro personaggio del romanzo di Murakami, Gotanda. Come, poi, io e l’amico del protagonista ci accoriamo per quello che è tutto sommato un lavoro, a giudizio di taluni persino invidiabile, è presto detto: l’affascinante attore non riesce a tollerare il divario tra la sua realtà, che considera fallimentare a dispetto dei vertici d’apparenza raggiunti, e appunto quella potenziale perfezione espressa dai suoi personaggi, dal personaggio ch’egli stesso è divenuto per gli altri.

Non mi stupisce che ieri sera, persino stamattina a colazione, mi sia ostinata a leggere l’opera di Murakami; proprio nei giorni in cui, stando all’oroscopo settimanale di Rob Brezsny, dovrei invece riuscire a riconciliarmi con la persona che avrei voluto (dovuto, condizionamenti esterni a parte) diventare.
L’apparente opposizione tra la missione esistenziale e l’oziosa lettura di un paperback si è invece risolta nel migliore dei modi proprio stamane: se avevo sentito il bisogno di lasciare libero sfogo alla vocazione da me più sentita, per la scrittura originale, non sapevo però  su cosa fosse possibile esprimermi; ecco che, dopo aver a mio giudizio indugiato in un’abitudine passiva, mi trovo in metropolitana a scrivere una pagina di diario che è assieme una recensione abbozzata.

La verve critica mi spinge a confessare una certa perplessità circa la riuscita di questo romanzo, che già più affezionati lettori di Murakami mi avevano detto non essere il suo migliore.
Di certo, è depistante il tentativo dell’autore di adattarsi alle regole della narrativa occidentale, stabilita nel canone di genere: di un giallo, l’autore mantiene gli assassinii e le sparizioni, ma non i nessi causali e la logica interna.
Se non si vuole pensarla come un maldestro avvicinamento a uno stile “esotico”, bisogna allora considerare la trame alla stregua di un pre-testo; in effetti, l’estraneità reciproca degli eventi non serve ad altro che a ribadire la falsità dei presupposti, da cui ha preso le mosse lo stesso protagonista. Infine, si scopre che non c’era niente da scoprire e, semmai qualcuno l’avesse pensata diversamente, beh si è sbagliato. Non a caso, dunque, se l’originaria intenzione prevedeva di rintracciare chi piangeva per il protagonista (che allora doveva accorrere in aiuto?), nel finale è proprio lui a trovarsi in lacrime, apprendendo finalmente a piangere per se stesso.
Il pianto è quanto salva il soggetto dalla perdita della propria autenticità, che è sì stata minata dalle perdite precedenti, ma nello sfogo trova l’accettazione (dolorosa quanto catartica) dell’accaduto. E’ come se finalmente il protagonista iniziasse a curarsi, di se stesso.

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La metafora esistenziale, il viaggio misterico paragonabile al messaggio dei Tarocchi occidentali, che è poi questo romanzo, si rivela tanto più vivida nel paragone con la sorte di Gotanda: non armonizzandosi alla grande verità (di un impossibile pieno arbitrio del proprio destino), colui che tutto avrebbe potuto finisce per non vedere possibilità alcuna; il divario tra la pienezza e il nichilismo vivne colmato dalla realtà, finchè Gotanda non ne viene lacerato.

– Che vuoi dire esattamente? – chiese.
– Che bisogna aspettare. – spiegai – Aspettare con calma il momento giusto. Osservare che piega prendono le cose, senza cercare di intervenire a tutti i costi. Sforzarsi di guardare la situazione in modo imparziale. Facendo così, si capisce naturalmente cosa è giusto fare. Ma sono tutti troppo occupati. Hanno troppo talento e troppe cose da fare. E sono troppo presi da se stessi per pensare seriamente a come comportarsi in modo equanime.

Leggendo questo romanzo, attardandomici più di quanto fosse “giusto” vista anche la non eccelsa qualità, mi rendo conto di aver forse iniziato a seguirne i consigli. Esercitare la pazienza (non la remissione), ascoltare lo scorrere degli eventi (non la rinuncia alla vita).

Titolo Dance dance dance
Autore Murakami Haruki
Anno 2005
Traduttore Amitrano G.
Editore Einaudi (collana Einaudi tascabili. Scrittori)

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