16.Ott.12

Social Design | Il Padiglione USA alla Biennale di Venezia

Per la prima volta alla Biennale di Venezia, in ossequio al tema (‘Common Ground’) di questa edizione curata da David Chipperfield, il Padiglione degli Stati Uniti non presenta una rassegna di progetti differenti ma un’installazione collettiva, dedicata ai casi di design per lo spazio pubblico concepiti – da uno o più individui – in seno alle stesse comunità locali.

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Spontaneo si dice di quello che non ci aspettiamo di fare, o di veder accadere.
Spontaneo si dice di quello che comunque accade, in quanto conseguenza di cause già poste.
Può darsi per spontaneità il bene comune? Sì, se è il risultato di una volontà condivisa, anzi della somma delle volontà di una comunità. Da quale dei suoi individui avrà origine il gesto, difficile a dirsi: verrà spontaneo, appunto.
Questa, in buona sostanza, è la tesi sostenuta dall’installazione Spontaneous Interventions: Design Actions for the Common Good, realizzata al Padiglione degli Stati Uniti per la 13. Mostra Internazionale di Architettura della Biennale di Venezia.
Fedeli al tema del “territorio comune” come punto di partenza per lo sviluppo della progettazione, per la prima volta gli USA hanno scelto di realizzare una sintesi di ben 124 progetti – o meglio, azioni di una strategia urbana in divenire – invece di passare in rassegna un numero più o meno ampio di singole eccellenze architettoniche.

La stessa installazione invita a una fruizione fisicamente partecipe: se i singoli progetti sono presentati come locandine appese al soffitto, per approfondirne i contenuti bisogna tirarle a sé; si muoverà così il rispettivo contrappeso a parete, che alzandosi permetterà di leggere l’obiettivo raggiunto e fino ad allora “ostacolato”. Traduzione letterale, eppure suggestiva, di quanto si verifica quando un intervento di progettazione urbana “libera” la collettività di un impedimento, sia fisico che sociale.
Ancora, nel suo essere metafora della tendenza rappresentata, l’installazione rifiuta un punto di vista privilegiato, si presenta diffusa e centripeta; appendendo i progetti al soffitto e gli obiettivi al muro o, ancora, facendo scorrere la storia a pavimento lungo una linea temporale che si sussegue, di stanza in stanza.
Il percorso attraverso l’installazione viene deciso singolarmente, attraverso un’assunzione di responsabilità che ricalca quella dei vari autori delle azioni in mostra: architetti, designer, progettisti, artisti e cittadini che, dal loro posto all’interno della comunità e dal preciso momento in cui vivevano, hanno scelto di apportare un cambiamento positivo al proprio quartiere o alla città.

Cliccando qui, è possibile leggere il resto dell’articolo sul portale Living24.it.

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