15.Ott.12

La Biennale: alla ricerca del ‘Common Ground’ perduto

Il tema ‘Common Ground’, scelto da David Chipperfield per la 13. Mostra Internazionale di Architettura de La Biennale di Venezia, ha conosciuto una notevole libertà d’interpretazione da parte degli autori partecipanti. Nella diversità, però, ricorrono visioni e modi operandi condivisi: in questa recensione ne ho individuati alcuni, a partire dal dialogo tra i progetti di Álvaro Siza e Eduardo Souto de Moura al Giardino delle Vergini

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Con riferimento all’Italia e a Venezia in particolare, David Chipperfield ha dichiarato: “È qui che si può comprendere pienamente l’importanza dell’edificio non come spettacolo individuale, bensì come manifestazione di valori collettivi e scenario della vita quotidiana“.
La presenza di una simile massa critica di beni e monumenti storico-artistici, “questo senso tangibile del contesto e della storia” – per dirla ancora con Chipperfield –  ha spinto il curatore a orientare la 13. Mostra Internazionale di Architettura de La Biennale di Veneziaverso tematiche riguardanti la continuità, il contesto e la memoria, verso influenze e aspettative condivise“.
Una scelta, quella di Sir Chipperfield, in continuità essa stessa con la poetica dell’ultimo Pritzker Prize – il cinese Wang Shu di Amateur Architecture – e la sensazione diffusa che la “apparente mancanza di intesa tra la professione e la società” rilevata dal curatore della Biennale Architettura sia, in realtà, ormai sostanziale.
Interessante verificare allora come gli autori selezionati da Chipperfield per la mostra Common Ground abbiano raccolto questa provocazione dichiarata, che li incitava – loro, per la maggior parte archistar – “ad abbandonare la presentazione monografica della loro opera per mirare invece a un ritratto delle collaborazioni e affinità presenti dietro al proprio lavoro“.

Continuità tra architetti
Esemplare di una continuità “di fatto”, intesa cioè come collaborazione poetica e professionale tra progettisti, è la doppia installazione dei due portoghesi Álvaro Siza Vieira (Leone d’Oro alla carriera, proprio quest’anno) ed Eduardo Souto de Moura, nel Giardino delle Vergini. I due lavori si richiamano infatti a vicenda, e non soltanto per la prossimità fisica, dal momento che utilizzano lo stesso linguaggio costituito da spesse partizioni verticali, che definiscono volumi lasciati semiaperti, oltre che scoperti.
Comune ai due architetti non è solo la definizione di spazio e volume interno all’installazione, ma pure l’intento di rapportare ciascun progetto al paesaggio circostante, anzi: di racchiudervelo all’interno. Con modalità – e risultati – stavolta divergenti perché, se Souto de Moura si limita a “incorniciare” la laguna, in qualche modo limitandone la portata estetica, Siza magnifica l’aggetto degli alberi del Giardino, la cui torsione viene amplificata dalle prospettive oblique della struttura eretta loro attorno.

Cliccando qui, è possibile leggere il resto dell’articolo sul portale Living24.it.

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