22.Giu.08

New name: donna

Non ho l’abitudine di pontificare in merito alle nuove tendenze o gli assetti generali della società, per cui non vogliatene se questa riflessione potrà risultare parziale e tutto sommato scontata. Trattasi più che altro della […]

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Non ho l’abitudine di pontificare in merito alle nuove tendenze o gli assetti generali della società, per cui non vogliatene se questa riflessione potrà risultare parziale e tutto sommato scontata. Trattasi più che altro della rilevazione di alcuni segnali sparsi che, nel loro insieme, mi hanno dato da pensare. Più che altro da preoccuparmi, come se avessi sentito risuonare un discreto campanello d’allarme dentro di me. Pongo la questione al prossimo, alla stregua di un work in progress di cui non faccio che fondare una base provvisoria.

Tanto per cominciare, questi sono titoli che mi sono ritrovata a leggere per lavoro (indi abbiate il buon gusto di non considerarli indicativi delle mie preferenze estetiche) e che, loro malgrado, hanno dimostrato comunanze poco casuali.

Adele né bella né brutta di Maristella Lippolis (Piemme) parla di questa Adele che trova la forza di ribellarsi alla condizione di sposa succube, organizzando una vendetta a suo modo ironica ed intelligente ai danni del marito. Il libro non è privo di un certo spessore, dal momento che affronta in alcune scene topiche argomenti scomodi, profilando dei caratteri (femminili) sufficientemente plausibili. Gli uomini… Beh, in un libro che tratta di donne gli uomini non rivestono ruoli importanti.

La fabbrica degli angeli di Jessica Gregson (Garzanti) estremizza ulteriormente la semplicazione: non solo gli uomini vorrebbero poter dominare l’universo femminile e falliscono nell’intento, ma addirittura vengono eliminati fisicamente. Non che la trama sia inverosimile: più che altro, non credo esista l’inverosimile come categoria, perché l’efferatezza trascende di gran lunga l’immaginazione umana. Non ci stanno però i personaggi, sono meccanici e privi di una psicologia, poco più che monocorde. Passi che i cattivi sono sempre cattivi, ma diamine: almeno i buoni possono avere un paio di pensieri divergenti nell’arco di un ventennio?! Qui invece le donne angelo-assassine fanno ciò che devono, vivendo scelte anche molto radicali con un’ineluttabilità che sembra fastidiosamente un’auto-giustificazione.

Amiche ortiche di Cristina Obber (Baldini Castoldi Dalai) non si propone in qualità di saggio d’autore, di conseguenza la ristrettezza di vedute è anche subordinata al taglio commerciale dell’opera. Eppure ammetto non mi sia dispiaciuto, quantomeno ha avuto l’onestà di ammettere che un mondo di sole donne non è un paradiso né tanto meno un ritorno primigenio al matriarcato privo di conflitti: le donne non dimenticano gli uomini neppure quando sono sole tra loro, per cui rivalità e gelosie sono all’ordine del giorno. (Sui demeriti del matriarcato come nucleo sociale tornerò in seguito).

So per certo che persino l’ultima fatica di una scrittrice che ha fatto palpitare cuori di donna per decenni, Singolare Femminile di Sveva Casati Modignani (Sperling & Kupfer), narra di una Martina che in tempi non sospetti e molto sospettosi riesce a crescere un numero imprecisato di figli avuti da uomini diversi e mai sposati. Di più non aggiungo perché non posso, mi ero ripromessa di sforzarmi e vedere come tali premesse venissero sviluppate nel genere del romanzo rosa; perdonatemi, ho scoperto in me un inamovibile rifiuto a leggere certe cose.

E potrei anche pensare che si tratti dell’ennesimo lancio di tema in campo editoriale. Dopo il genere misterico/storico, evvai di tirate sull’indipendenza della donna raggiunta ad ogni costo.

Qualche giorno fa ho visto Volver di Pedro Almodóvar. Non ci sono uomini. E fin qui ci sta, ormai è risaputo che il regista ha un rapporto, come dire, problematico nei confronti dell’universo maschile. Peggio, non si percepisce neppure la mancanza degli uomini. In Tutto su mia madre l’uomo era il grande assente, la figura di cui sopperire la dipartita, l’elemento alla cui ricerca si muoveva l’intero orizzonte filmico. L’ultima fatica spagnola a me è sembrata una facile rappresentazione idilliaca di un equilibrio invece impossibile.

E’ questo che mi preoccupa. Non che le donne siano indipendenti. Ben venga. Non che le donne determinino la propria vita. Da me stessa non pretendo di meno.

E’ questa normalizzazione della solitudine, questa credenza sempre più popolare che la felicità sia una felicità tra donne, che non riesce a convincermi.

Prima le soap-opera di struggenti storie d’amore, ora Sex and the City: siamo davvero sicuri che ci abbiamo guadagnato? Non mi pare che tra i due estremi storici ci sia stato un percorso maturo, un confronto sensato sulla posizione della donna nella società contemporanea: si è passati dall’immagine della schiava dedita alla famiglia alla manager che sa sbrigarsela da sé. Neppure più l’inaccettabile donna predatrice, che in fin dei conti è un modello più o meno ricorrente: non abbiamo sostituito gli uomini, non rinunciamo a mettere la gonna per entrare nei loro pantaloni, semplicemente li abbiamo aboliti ed i figli portano il nostro cognome. Gli uomini sono la causa passeggera di un malessere, un pettegolezzo, in sintesi una destabilizzazione di un ordine che altrimenti da sé funzionerebbe alla perfezione: è normale che le donne si chiudano in se stesse ed espellano l’elemento maschile dalle loro vite.

Discorsi da circolo di neo-divorziate ferite, che cercano di convincersi che sia meglio così. Come se non li avessi mai sentiti. Ci sta fare un discorso del genere una volta a settimana all’ora del caffè pomeridiano. Mi sembra estremamente poco maturo divulgarlo invece in modo così massivo e subdolo come un nuovo modello di vita. Perché non è sano. Parola di giovane donna allevata in società matriarcale. Isteria, rivalità, invidia, competizione, ecco solo alcuni piacevoli effetti collaterali della vita in nuclei femminili. Taboo del maschio adulto e contemporanea idolatria del figlio maschio, mi suggeriscono da altre parti. Non credo che l’obiettivo più autentico del femminismo fosse la demonizzazione dell’elemento maschile, quanto un bilanciamento ed una parificazione tra i sessi. E’ limitante pensare la donna ai fornelli, ma penso sia altrettanto schiavizzante vederla sempre in tiro, sempre in stress, sempre sola. Mai un cedimento? Come se non esistessero imposizioni pesanti dettate dal ruolo, a cominciare dall’eliminazione della propria sensibilità. E mi sembra limitante anche l’immagine che degli uomini si sta dipingendo negli ultimi tempi, anche loro insensibili volitivi eppure mammoni. Non dovendo più mantenere la famiglia, sono diventati inutili. Incapaci, addirittura.

Una psicoterapeuta mi ha detto una volta che tra la presenza a tutti i costi e l’assenza totale esistono diverse sfumature, in cui possono (e devono) trovare posto spazi personali e luoghi di relazione. Esisteranno lotte e compromessi, sacrifici ed imposizioni. Ma non credo che sia semplicemente più facile rinunciare al confronto.

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