04.Giu.12

Un invito al ravvedimento, con minacce

Riporto qui l’ultimo paragrafo della “lettera di minacce” scritta da Giovan Battista Stiattesi a Cosimo Quorli intorno al 7 marzo 1612, così come l’ha definita e interamente trascritta Alexandra Lapierre in una nota al suo romanzo “Artemisia” (Mondadori, 1999): un brano che penso sia ancora capace di trasmettere tutta la rabbia del suo autore, grazie anche (o nonostante) lo stile iperbolico dell’epoca barocca, che trovo irresistibilmente “romana de Roma”.

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Riporto qui l’ultimo paragrafo della “lettera di minacce” scritta da Giovan Battista Stiattesi a Cosimo Quorli intorno al 7 marzo 1612, così come l’ha definita e interamente trascritta Alexandra Lapierre in una nota al suo romanzo Artemisia (Mondadori, 1999): un brano che penso sia ancora capace di trasmettere tutta la rabbia e l’esasperazione del suo autore; grazie anche (o nonostante) lo stile iperbolico dell’epoca barocca, che trovo irresistibilmente romana de Roma.
(Per intenderci, in un’altra nota la stessa Lapierre riporta la testimonianza del sarto Luca Penti, che di una passeggiata con un suo amico racconta: “s’entrava in raggionamento come si suole fare in Roma che non si raggiona d’altro che di liti et di fottere“…)

Per chi fosse interessato a contestualizzare l’episodio, rimando alla pagina di Wikipedia dedicata al processo ad Agostino Tassi per lo stupro di Artemisia Gentileschi, accennando qui solo per sommi capi a mittente e destinatario di questa lettera.
Giovan Battista Stiattesi, strenuo difensore di Artemia Gentileschi, si rivolge a Cosimo Quorli, sostenitore del pittore Agostino Tassi accusato proprio di aver stuprato la giovane. Rivestendo la carica di primo furiere del Papa, Quorli non solo è una figura di riferimento per tutti gli artigiani – e in seconda battuta gli artisti – che all’epoca volevano realizzare o vedersi pagato un lavoro per gli arredi in Quirinale o in Vaticano, ma è stato a lungo amico intimo dei Gentileschi al punto da riuscire ad avvicinare la giovane Artemisia e istigare il suo protetto Agostino Tassi ad abusare di lei nel 1611; senza mai destare sospetti nel gelosissimo padre Orazio, che infatti si deciderà a denunciare l’accaduto solo nel febbrario del 1612.

E siamo quindi al periodo in cui questa lettera fu composta, di poco successiva alla denuncia ufficiale dello stupro (e del favoreggiamento da parte del Quorli) alla cui stesura lo stesso Giovan Battista Stiattesi ha contribuito, essendo egli un notaio e il consigliere di Orazio Gentileschi.

Per ultimo vi dico che vi riguardiate alli piedi et pensiate a tanti vostri amici et patroni che erono in florido et sono caduti da pollaio; l’opere vostre vi giudicheranno in vita et in morte, et de male acquisitis non gaudebit tertius heres, la robba la mena il fiume, vale più un oncia di honore che centomila scudi, statevi con le vostre fabbriche fatte di sangue di poveri et di robba venuta da graffignaro che io mi starò con li mia figlioli et mi netterò il culo con li mia stracci; et Iddio sarà sempre per me adesso et nel punto di morte; et a voi lasso il pensare a questa lettera scritta di core et d’anima per vostro ammaestramento et per svegliarvi dal sonno.

Ovvio, il grassetto è del redattore. Non fatemi spiegare anche perché ce l’ho messo.

Resta sottinteso che, con questo, io stia consigliando di leggere anche e soprattutto il romanzo Artemisia, apprezzato moltissimo per la fedeltà con cui l’autrice si è attenuta alle fonti; i documenti consultati (spesso, a fatica ricercati) come le opere della pittrice. Un ottimo modo – il migliore, a mio parere – per raccontare la vita di un’artista: lasciando che parlino i suoi lavori e riportando, quando ne è rimasta traccia, le sue stesse parole.
Per questo, seguo il “metodo di lavoro” di Alexandra Lapierre e, piuttosto che recensire nel dettaglio il suo libro, vi invito a leggerlo direttamente; lo considero un’alternativa esemplare alle “mancanze” già criticate in quella biografia romanzata dei Tintoretto che ha scritto la Mazzucco.

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