24.Lug.07

La fotografia secondo Daniele Pezzoli

Questo è un breve saggio critico, più che altro estetico, che ho scritto per il fotografo e amico Daniele Pezzoli, in occasione della mostra “Art&fortE stArt Biennale” alla Libreria Mondadori in piazza San Marco, a Venezia, nell’agosto 2007. Si tratta del mio primo tentativo ufficiale di sistematizzare un lavoro di cui nessuno aveva mai parlato prima e che a me, invece, diceva qualcosa.

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Art&Forte 2007

I libri di storia della fotografia riportano una cronologia di ombre e tracce, la lotta dell’emergenza del positivo dagli abissi oscuri della pellicola. Può emergere un’evanescenza leggera o una nitida e fulminante epifania. Il colore non c’è. La fotografia artistica prosegue per decenni nel solco del bianco e nero per riscattarsi dal reale, da quel marchio infamante che la obbliga ad una vicinanza promiscua con il mondo comune, allontanandola dall’orizzonte artistico. I fotografi disegnano con l’apparecchio, sfumano in camera oscura, riflettono con modi più o meno marcati una dimensione mentale della disciplina, che vuol essere più meditazione astratta sul già dato che sua riproposizione tout court.

Quando il colore finalmente emerge, la fotografia ha almeno un quarto di secolo alle spalle. E’ stata riconosciuta come arte tra le arti, figliuol prodigo che ha fatto ammenda e si dispone a seguire le regole. Il colore, più che una conquista è un diritto a seguire la propria vocazione naturale: il ritorno al contatto con un universo realistico, quindi colorato ma non filtrato dall’artista, riproposto per quello che è (spesso niente di speciale). Allora niente tinte violente da pin up patinata (quella non è Fotografia ma rotocalco), pochi contrasti. La radicalità dell’atteggiamento mimetico ricorda l’ascetismo estremo della contemporanea pratica performativa: tutto soggetto, nessun effetto speciale. E’ quella linea il cui eco si ritrova fino agli anni Novanta con i maestri dell’anonimato come Thomas Struth; a ben pensarci, persino in casi più controversi come Nan Goldin la violenza del colore non fa che essere riflessiva del soggetto disturbante, non spettacolarità gratuita. E’ una fotografia che ripropone il colore del mondo in modo scrupoloso.

Forse un po’ ci si annoia. Si ha sempre bisogno di sogni per sopportare la realtà. Allora gli anni del postmoderno sono quelli che vedono meglio, vedono di più, persino troppo. Gli ultimi decenni del ventesimo secolo scoprono la bellezza della fotografia pubblicitaria, l’onirico realizzato ad immagine del reale. Ed è l’opulenza barocca delle visioni di Matteo Basilè, i contrasti violenti e gli accostamenti passionali di Andres Serrano, il colore timbrico che Franco Fontana trova non solo in una bella schiena ma persino in qualche landa piatta coltivata a grano. Non è la realtà, è il tono sgargiante dell’Iper.

Grab it

Dicono la virtù stia nel mezzo. La capacità di sopportare un giorno in più in una casa troppo piccola, troppo spoglia. La capacità di mangiare il pollo che solo Dio sa se è vero, però ha un bel colorito. Quasi fosse plastica. Voglia di ammazzarlo ancora una volta, a forchettate. Voglia di non mangiare, piuttosto. Ed i corpi si fanno sempre più magri, i volti sempre meno necessari. Ci si nasconde dietro ad una rivista di moda o ad occhiali da sole scopiazzati dalla suddetta rivista. Perchè non siamo troppo banali per non essere, ma neppure troppo fighi per essere qualcosa più di uno qualunque. Ed il colore non è talmente ricco da essere impossibile, quei rossi cardinalizi che neanche Madre Natura. Neppure è desolante, però, una bella rossa fa pur sempre girare le teste per strada. E’ l’universo quotidiano di Daniele Pezzoli, un reportage visionario, un documentario su di uno scenario possibile più che presente. Del reale non manca quel tono blando di grigio che lambisce i bordi della vita, quell’offuscamento della coscienza che non permette lucidità introspettiva. Resta però la possibilità di un contrasto, un dettaglio che spicchi in ricchezza di definizione, che si carichi di ambiguità in un contesto già più psicologico che effettivo. Tra i fotografi che sognano e quelli che vedono, qui c’è la scelta di un sogno ad occhi aperti. Che non esclude l’incubo, del giorno vissuto come della notte incipiente. Chissà cosa borbotterà quella moka quando arriverà il suo momento.

Flowers

Non stupisce che Daniele Pezzoli abbia dedicato due cicli al mondo del Giappone. In una società che si considera cosmopolita se va a cenare in un sushi-bar, può sembrare un po’ una scelta facile. Ovvero un grande fraintendimento. Eppure la sensibilità dell’artista lo porta ad un atteggiamento minimalista e pulito, ad un’attenzione al particolare che non ha molti precedenti nella cultura europea, così abituata a simbolizzare anche il dettaglio. Potremmo parlare per estremo di Wolfgang Tillmans, quando si dedica all’accarezzamento delle superfici dell’universo. La stessa tenerezza, lo stesso rispetto. Quella sobrietà che Mishima utilizzava per non affannare la carta (e sì che un suicida tende al drammatico), Pezzoli l’ha dipinta sulle ali di una donna. Cogliere l’incrinatura che apre l’oggi sul sempre.

Sox

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