31.Mag.12

“La lunga attesa dell’angelo” di Melania G. Mazzucco (2008)

Sin dalle prime pagine, alla lettura del romanzo storico scritto da Melania Mazzucco si è accompagnata una sensazione latente di disappunto. Come se la narrazione mancasse in fin dei conti di credibilità, a dispetto della “scrupolosa opera di ricostruzione storica e documentaria” tanto della Venezia di fine Cinquecento che della storia familiare di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto. Il dubbio che mi viene da sollevare, in questa recensione, è se sia lecito – o, più semplicemente, utile – raccontare la vita di un pittore a prescindere dalle opere che ci ha lasciato: non costituiscono piuttosto la prima fonte a cui rifarsi?

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Sin dalle prime pagine, alla lettura del romanzo si è accompagnata una sensazione latente di disappunto.
Come se la storia mancasse in fin dei conti di credibilità, a dispetto della “scrupolosa opera di ricostruzione storica e documentaria” (cito dal sito della Fondazione Bellonci) svolta da Melania Mazzucco “consultando fonti di prima mano e carte d’archivio” riguardanti, suppongo, tanto la Venezia di fine Cinquecento che la storia familiare di Jacopo Robusti, detto il Tintoretto.
Parlo di supposizione perché in calce al libro non c’è uno straccio di nota bibliografica. Mi par di capire però che, per ovviare allo scollamento tra finzione e storia, la Mazzucco abbia riportato l’esito delle sue ricerche in un secondo volume, Jacomo Tintoretto e i suoi figli, pubblicato nel 2009 sempre per Rizzoli.
Perdonatemi la presa di posizione, ma ho deciso che non darò all’autrice una seconda possibilità sul tema: non vedo perché dovrei leggere un saggio storico (lo definiamo così?) scritto da un romanziere, se già il romanzo – il “campo d’azione” che gli è proprio – mi è parso poca cosa.

Ho pensato inizialmente che l’autrice non riuscisse a rendere il colorito intercalare – e il pensiero e, insomma, la voce – dei veneziani, ma col trascorrere dei capitoli ha saputo smentirmi.
Non altrettanto bene la Mazzucco ha messo fine alla mia attesa di un punto risolutivo dell’intreccio. La frustrazione si è protratta ben oltre quella vissuta dallo stesso protagonista del romanzo, nientemeno che Tintoretto, il quale si prende la briga di raccontare in prima persona la ricerca a posteriori del suo “angelo” smarrito.
Se infine – in ritardo sul ritmo narrativo – l’angelica Marietta Robusti si svela in tutta la sua fragile, bellissima umanità, la Mazzucco continua a tacere invece della pittura che, pure, costituisce a lungo il trait d’union tra padre e primogenita, la quale non per niente eredita dal Maestro l’appellativo di Tintoretta.

L’autrice cita pochi dipinti, tutt’al più ne abbozza una sommaria descrizione, ma neppure di un telero seguiamo la storia, quel complicato processo attraverso cui un fatto privato – quasi intimo – qual è la gestazione di un’opera inedita si trasforma in un messaggio pubblico, che ambisce all’universalità.
Come se un intenso lavoro creativo non finisca per assorbire il suo creatore per giorni, mesi interi, fino a contenere e trasfigurare nell’opera ciò che in quel tempo e prima ancora è accaduto, al pittore come a quanto lo circonda. Come se vita e opera non si mescolassero, influenzandosi, e il solo punto di Tintoretto fosse superare non l’ineguagliabile maestria di Tiziano, ma quello che una tale “professione” ha portato all’incontrastato dominatore del circolo culturale di Venezia: fama, riconoscimento, riscatto sociale.
Eppure, un pittore del calibro di Tintoretto è disposto a trascurare tutto, uomini e angeli, in nome dell’arte (l’autrice non fa che mettere in bocca l’assunto a ogni personaggio, come se ripeterlo significasse dimostrarlo). Perché insistere allora sui soli affari dell’esistenza quotidiana, sui presunti tardi pentimenti?
Peggio, costringere la figura storica a una narrazione in prima persona apposta perché confessi la propria meschinità – quando in vita ha già espresso, e tanto meglio, quanto sapeva delle vicende umane. Un simile arbitrio, scegliere l’uomo invece del pittore nel tentativo di carpirne l’animo, è fare un torto alla sua memoria e al lettore, o almeno alla lettrice che io sono; perché, se leggo ancora di un Tintoretto, è per apprezzarne appieno la grandezza manifesta, non la segreta mediocrità.

Preferisco non insinuare che la Mazzucco abbia consapevolmente pensato di sostituirsi a Jacopo Robusti – tentativo non solo fallimentare, ma arrogante. Solo, se avesse scelto di dar voce anche alla pittura, piuttosto che scavare morbosamente nella vita del pittore, avrebbe reso un miglior servizio a tutti.
I suoi quadri sono per la maggior parte ancora lì, in quelle Scuole e Chiese veneziane che – un tempo circonfuse di oro e incenso – ritroviamo pari pari nelle opere stesse, dove fanno da quinta teatrale; in un’infinita mise en abîme tra testimonianza e rappresentazione, prova visiva di quella commistione di vita vissuta, riflessione sociale e rielaborazione immaginifica di cui parlavo prima e che non conosce cesure, con buona pace delle scelte operate dalla Mazzucco.
Il fatto è che, in questo turbinio di pensieri sotto forma sensibile che chiamiamo “dipinto”, basta distrarsi un attimo per perdere il filo del discorso. In altre parole, abbiamo sotto gli occhi le opere di Tintoretto ma non è detto che le stiamo ancora guardando: fisicamente prossime, intellettualmente distanti dal nostro sentire contemporaneo.

Forse, il vero miracolo non è resuscitare i morti (che sempre un po’ cadaveri resterebbero), ma tenere in vita quanto ci hanno lasciato in eredità. Se Tintoretto visse della sua arte, ricostruirne la mera biografia oltre la pittura non fa che allontanare il senso di quella stessa vita che ha voluto raccontare.

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