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  • 02.Mag.12

    “Da dove sto chiamando” di Raymond Carver (1988, prima trad. it. 1999)

    A una lettura superficiale, lo stile letterario di Raymond Carver può essere interpretato come la risultante di un distacco intellettuale da parte dell’autore, in modo analogo a quanto accadeva nel Naturalismo. Eppure, focalizzando così strettamente l’attenzione sui drammi latenti dei suoi personaggi, che tenaci ingaggiano una lotta quotidiana per affermare il loro diritto all’esistenza a dispetto di ogni difficoltà, Carver trasmette il suo implicito attaccamento per l’umanità in quanto tale, con tutti i suoi limiti e le sue aspirazioni.

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    Nel narrare queste storie d’amore e umanità, Raymond Carver non si è mai concesso di scrivere niente che potesse anche solo suggerire il proprio giudizio a riguardo.
    A una lettura superficiale, il suo stile può essere interpretato come la risultante di un distacco intellettuale da parte dell’autore, in modo analogo a quanto accadeva nel Naturalismo. Eppure, i racconti di Carver non riportano in dettaglio il contesto sociale e il retaggio familiare dei protagonisti, imprescindibili invece per lo sviluppo delle trame ottocentesche, sicché nessuna analisi interviene a supportare questa sua presunta oggettività.

    Negli scritti di Carver, piuttosto, l’attenzione è strettamente focalizzata sul dramma vissuto dai personaggi, le cui lotte quotidiane sembrano spesso travolgerli, comunque non conoscere tregua.
    Persino nelle pause di silenzio che intervallano le azioni salienti, i lettori sono tenuti in allerta da una tensione latente, ma percepibile. Molti dei personaggi di Carver, infatti, sono colti nel momento critico in cui si rende per loro necessario prendere una decisione risolutiva, che li faccia uscire dal tunnel di difficoltà nel quale la loro vita si è andata a incuneare chissà quanto tempo prima.
    All’autore non sembra interessare “come andrà a finire”; come d’altronde non si cura di spiegare cosa sia accaduto ai personaggi, il perché la loro esistenza abbia preso quella piega. Se la narrazione è un tentativo di dare un ordine alla vita, Carver preferisce ascoltare attentamente quello che la vita stessa – in qualsiasi suo attimo – ha da dire.

    Credo che una simile poetica sia sostenuta da un sincero attaccamento dell’autore per gli esseri umani in quanto tali, sentimento superiore a quello che i suoi stessi personaggi mostrano gli uni per gli altri.
    Per quanto fragili, essi si rivelano ugualmente tenaci. Nel bene e nel male, nella malattia e nella salute, cercano sempre di risollevare le loro sorti, anche quando non hanno idea di cosa sarebbe meglio fare per il proprio bene; Carver dà loro una possibilità, ecco il punto.
    E, nel raccontare questo incessante sforzo per realizzare un’utopia, l’autore mostra così la parte migliore dell’animo umano.

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