03.Gen.12

Thomas Hoepker: un reporter professionista

New York, 2001 – A 65 anni, Thomas Hoepker dell’agenzia Magnum Photos ha scattato “la fotografia dell’11 Settembre”. C’era, doveva esserci e lo sapeva, ma ci ha anche messo del suo: l’esperienza di un professionista. Provo a spiegare qui – aiutandomi con l’analisi di alcune immagini che hanno mostrato il crollo delle Torri Gemelle al mondo – cosa secondo me contraddistingue un servizio di informazione che, oltre a essere attendibile, sia anche e soprattutto di qualità.

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Di questi tempi – tempi di comunicati stampa riscritti o direttamente copia-e-incollati, di content curators (ma non bastavano i redattori?) e informazione “fai da te” – , la mia incondizionata stima va ai fotogiornalisti. Gli unici che non possono barare, opinando su opinabili notizie di seconda e terza mano la cui fonte è tutta da verificare. Con buona pace di tutti i programmi di photo editing disponibili, la fotografia – quella documentaria, naturalmente – si basa ancora su due assunti: il soggetto “c’è stato” (nel senso che in qualche modo quello che ci viene mostrato è successo, almeno di questo possiamo stare certi) e il fotografo “c’era”.
“Io c’ero”, secondo me, è la prima condizione del giornalismo. È anche il motivo per cui tanto spesso mi sono trovata a litigare con l’editore di turno, il quale non reputava essenziale che mi alzassi dalla scrivania per andare sul campo – a perdere il mio tempo e i suoi soldi, è sottinteso – e verificare almeno che quanto dicevano o scrivevano gli altri (gli enti, i testimoni o le agenzie) non fosse falso o parziale in modo palese.
“Esserci” non autorizza il giornalista a pensare che ha capito – peggio ancora: che conosce la verità –, ma potrebbe indirizzarlo nella sua ricerca di ulteriori informazioni… o evitargli un umiliante (per non dire vergognoso) depistaggio a opera di chi in quel momento è interessato a “spingere” una certa versione dei fatti, invece di un’altra.

Dunque, mettiamola così: ammiro i fotogiornalisti, perché per professione arrivano là, dove io spesso non posso essere e in alcuni casi neppure credo che vorrei (penso per esempio ai vari fronti di guerra).
Scontato, quindi, che puntualmente apra la newsletter di Magnum Photos non appena l’ho ricevuta. Essenziali ma esaurienti, le due segnalazioni settimanali propongono, in alternativa, una specifica fotografia o un fotografo dell’agenzia.
Il 16 dicembre era il turno di Thomas Hoepker, il cui lavoro era rappresentato da un’immagine d’apertura in bianco e nero, realizzata a metà degli anni Cinquanta. Di primo acchito, la fotografia mi ha ricordato i contrasti estremi di Mario Giacomelli, autore di cui sono infatuata ormai da un anno (infatuazione che spero di “dichiarare” in un post, prima o poi); sono quindi andata sul sito di Magnum Photos alla ricerca di altre fotografie di Hoepker o meglio, nella mia ingenuità, di altre immagini “alla Giacomelli”.

Siccome sto cercando di spiegarmi il più semplicemente possibile, ora farò una dichiarazione che io stessa potrei giudicare blasfema in altri contesti, all’interno di un qualunque testo appena più tecnico dedicato alla comunicazione visiva.
Ma tant’è, a grandi linee mi sento di dire che un fotografo-artista può più facilmente riconoscersi per una ricerca condotta sul mezzo o una sua estetica, mentre un fotoreporter tende a prediligere il soggetto e accordare la costruzione dell’immagine a quanto, di questo soggetto, vuole mettere in luce. Penso si possa parlare di una diversa attenzione al soggetto o al mezzo in quanto tali e, soprattutto, di altrettante differenze nel processo di creazione-produzione dell’immagine finale.
In ogni caso, mi guardo bene dal separare forma e contenuto, perché August Sander non sarebbe potuto diventare quell’inarrivabile ritrattista che è stato, se non avesse scelto e tenuto in considerazione i suoi soggetti; come Thomas Hoepker non avrebbe scattato “una delle fotografie più rappresentative dell’11 settembre” 2001 a New York, secondo la definizione di Jonathan Jones del Guardian.

In effetti, visitando la pagina di Thomas Hoepker sul sito di Magnum Photos, è stata una sorpresa ritrovare quella fotografia. L’avevo già vista, proprio in apertura dell’articolo che ho appena citato; lì avevo letto della storia dell’autocensura e del dibattito critico che la successiva pubblicazione dell’immagine aveva comunque scatenato.
Chissà perché, avevo pensato che l’autore fosse un fotografo giovane. 40 anni al massimo. Faccio due conti: quando ha scattato la fotografia nel 2001, Thomas Hoepker ne aveva 65. E allora capisco – una volta di più – cosa vuol dire essere un professionista.
Un vero professionista, con tanti anni di esperienza alle spalle. Che ha fotografato Mohammed Ali e Andy Warhol, la vita nella DDR (e mi riferisco alla Germania dell’Est, non a Dance Dance Revolution come suggeriscono i primi risultati di ricerca su Google) e quella delle ultime geisha di Kyoto; che ha cominciato a inseguire storie in giro per il mondo all’età di 24 anni e, a 65, si trova la Storia sotto casa.
E cosa fa, si lamenta pensando che mancava così poco alla pensione, guarda invece cosa gli tocca ancora fare? Forse. Intanto, prende la sua macchina fotografica ed esce.

Adesso che ci rifletto, mi sembra impossibile aver pensato inizialmente a un giovane reporter. Non perché la fotografia sia venuta meglio o peggio di altre; per la prospettiva in cui inquadra l’evento.
Un fotogiornalista “di belle speranze” in quel momento si sarebbe trovato sotto sotto le Torri Gemelle, o a correre per arrivarci il prima possibile. Lui, la Storia la starebbe ancora inseguendo, sognando di scattare la fotografia del secolo (se non del millennio, vista la data). Ma anni di lavoro hanno fatto di Thomas Hoepker un fotoreporter maturo.
I nomi dei veri professionisti – quelli che piacciono a me, diciamolo – difficilmente sono noti al pubblico, nonostante la stima che si sono guadagnati nel loro ambiente dove, invece, tutti li conoscono. Non saranno – o non sono più – wannabe celebrities, mica però hanno rinunciato a fare un lavoro a regola d’arte…
Quel fatidico giorno, Thomas Hoepker non se la sarà sentita di fare l’eroe, come il suo collega Robert Capa in quell’alba dello Sbarco in Normandia; e chi lo sa, magari gli è persino dispiaciuto. Sappiamo però che ha deciso lo stesso di documentare l’11 settembre, a modo suo.

Il primo principio del giornalismo è “Io c’ero”.
Ma, subito dopo, ne segue un altro: “Io ho osservato”.
Perché il modo migliore per essere obiettivi è dichiarare apertamente il proprio punto di vista sulla questione (spiegando in che modo ci si è arrivati). Riportare i fatti, sì, ma senza nascondercisi dietro.
Non esiste una sola realtà, o meglio: non c’è modo di raggiungerla per direttissima, men che meno riportarla. Infatti, se il testimone cruciale è quello che “ha toccato con mano” la realtà, è vero quindi che questa passa attraverso i nostri sensi o le loro estensioni tecnologiche. E, prima che attraverso i nostri occhi, la scena fotografata è passata attraverso l’obiettivo del fotografo; che è il suo occhio ad aver direzionato; che poi, il suo occhio vede quello che ha imparato – è stato educato – razionalmente o meno a cogliere della realtà.
Sempre così, ogni volta che un essere umano comunica la sua esperienza a un suo simile, qualsiasi mezzo scelga di adoperare.

Con maggiore evidenza che negli scatti sotto le Torri Gemelle, la fotografia di Thomas Hoepker rende nota la posizione dell’autore rispetto all’evento: il ruolo del fotografo come tramite, che mette una distanza tra l’evento e chi lo osserva.
Una posizione distante sia geograficamente che emotivamente, forse, ma anche una prima interpretazione dello stesso evento; questa infatti è un’immagine pensata, che per essere scattata ha richiesto un tempo di posa – o anche solo di messa in posa della macchina – difficile da concepire nel bel mezzo della tragedia.
Ne ho viste, di fotografie e video frame dell’11 settembre, eppure non ce n’è una che riesca a distinguere nettamente dalle altre. Neppure la copertina del numero del Time dedicato, non me ne voglia Lyle Owerko.

(Caso vuole che abbia appena letto, sul suo sito, della corsa che ha fatto per arrivare alle Torri Gemelle: stando al racconto del giovane fotografo, è andata esattamente come mi ero dipinta io la scena qualche paragrafo fa).
Certo che è un’immagine notevole, mica sarebbe finita tra le più famose copertine del giornale più famoso al mondo per le sue copertine; resta però la fotografia tecnicamente meglio realizzata all’interno di un gruppo di immagini simili, per soggetto, momento e persino inquadratura. Una specie di album , che nessuno si è forse preso la briga di mettere insieme, eppure se si è andato formando nell’archivio mentale di tutti noi alla voce “Torri Gemelle – 11 settembre 2001”. Che, se provo a chiudere gli occhi, la mente mi snocciola una dietro l’altra queste immagini in modalità slide show.

Il bombardamento mediatico relativo all’evento è stato immediato e massivo. Persino a me viene da dire “io c’ero”, quando il secondo aereo si è schiantato contro il grattacielo; poi, le richieste d’aiuto, la gente che si gettava nel vuoto e quei crolli apocalittici che, nonostante mi fossi appena detta che sarebbe successo, non ero lo stesso pronta. Ecco, ho appena scritto di quello che “io ho osservato”. Ci vuole poco, per passare dal “fatto” al racconto dell’esperienza che ne “abbiamo fatto”.
Forse, ricordarsi che sono gli uomini a scrivere la Storia è il primo passo per ammettere che sono loro a farla; servirà magari a restituirle la sua complessità, sostituendo alla logica lineare di causa-conseguenza il ciclo a spirale dell’azione-reazione, anche in senso psicologico.

“Ci stanno”, nella fotografia di Thomas Hoepker, quegli uomini in primo piano. Ciò che tutti riconoscono come “il fatto” – la costruzione architettonica (le Torri Gemelli) o il costrutto ideologico (il crollo degli Stati Uniti) – è sullo sfondo.
E tra questi due piani si avverte una tensione latente, grazie a cui l’immagine acquista uno spessore non solo prospettico ma innanzitutto di significato: è stratificata, né più né meno del nostro animo; è profonda, come una riflessione su quanto sta accadendo. E nel momento stesso in cui sta accadendo! Sapere e saper fare, assieme: si spiega ora la mia ammirazione per i fotogiornalisti?
A 65 anni, senza neppure rischiare l’osso del collo, Thomas Hoepker ha scattato la foto dell’11 Settembre. C’era, doveva esserci e lo sapeva, ma ci ha anche messo del suo: l’esperienza di un professionista.

Related post:

Qui di seguito, un’anteprima delle fonti online citate nel corso di questo articolo – comprese le fotografie di Thomas Hoepker – e di alcuni testi critici per ulteriori approfondimenti:

8 Links from: Thomas Hoepker, a well-trained photojournalist

Here’s some informations about one of my recent discoveries from Magnum Photos archive: Thomas Hoepker, who took a long-debated photo of 9/11 tragedy in New York City. At the bottom of the list you’ll be find my own article about it too, written in italian.

Kate P., via Urlist

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