03.Ott.11

Anish Kapoor, “Dirty Corner” – Nell’angolo oscuro di noi stessi

Nelle intenzioni di Anish Kapoor, è lo spettatore a completare l’opera. Non solo a darle un senso: proprio un contenuto. L’affermazione è da interpretarsi alla lettera, se si vuole fare esperienza della seconda parte della sua mostra a Milano, all’interno della cosiddetta Cattedrale nella Fabbrica del Vapore. Dopo le riflessioni esistenziali ispirate dagli specchi e dai rossori materici alla Rotonda della Besana, la vista di Dirty Corner mi ha tolto il fiato.

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Se non ci fossi io a specchiarmici, cosa rifletterebbe questa lastra: il vuoto? Allora, sono io a dare un senso a quest’opera?
L’Uomo della Strada mi interroga, convinto che io possa risolvere i suoi dubbi in forza dei miei studi accademici. Per tutta risposta, a me non viene in mente che un’altra domanda: se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Forse anch’io pensavo un tempo che progredire nello studio significhi avere le idee sempre più chiare; stasera mi tocca ammettere che, a questa domanda rimasta in sospeso, secoli di pensiero filosofico non hanno saputo dare una risposta univoca. Ma, in fondo, se ho chiesto proprio all’Uomo della Strada di accompagnarmi al vernissage della mostra di Anish Kapoor, è perché io stessa sono convinta che l’approccio migliore all’arte contemporanea passi, più che attraverso disquisizioni teoriche, per l’esperienza diretta.
E la sua messa in discussione, naturalmente. Cui a suo tempo diede inizio la Minimal Art, a dispetto di quanti la considerano un retaggio (anche un anacronismo) del modernismo; quando, piuttosto, Donald Judd e Robert Morris furono tra i primi a rifiutarsi di tributare un primato all’oggetto fine a se stesso, se non all’oggettività stessa – categoria modernissima – , facendo dell’arte una questione “relativa”, ovvero di relazione tra opera, contesto e fruitore. Documentandomi su Anish Kapoor in vista dell’approdo a Milano, mi sono imbattuta in una sua dichiarazione riportata da diverse fonti: che c’è qualcosa di imminente (o incombente) nell’opera, ma il cerchio è chiuso soltanto dallo spettatore.

In questa sentenza, come nell’altra altrettanto celebre sul modo in cui Kapoor intende la sua missione artistica (“Viviamo in un mondo frammentato. Ho sempre pensato fosse mio compito, come artista, cercare di ricomporre una totalità”), sarebbe però limitante individuare soltanto una tradizione di pensiero occidentale, per quanto “aggiornata”. Perché l’anglo-indiano, forte della sua stessa esistenza in bilico tra i continenti, parla delle sue opere nei termini dell’evento – il quale, dovendo accadere, è l’unico che possa dirsi “imminente” – più che della scultura. Il compito che spetta poi agli attori di questo accadimento, l’artista prima e lo spettatore infine, sembra quasi di natura esistenziale, non meramente estetica: qualcosa mi dice che il cerchio di cui Kapoor parla sia più affine alla Ruota del Dharma che alla figura geometrica, e la totalità che insegue trascenda persino la gestalt di Robert Morris.
Ritengo che l’arte contemporanea sia già investita di una propria sacralità, motivo per cui non mi riesce facile associarle un’interpretazione mistica. Eppure, non posso fare a meno di pensare che la centrale, circolare, concentrica My Red Homeland sembri il cuore pulsante della Rotonda di via Besana: rosso e grondante come sangue, dotato del ritmo ciclico dell’esistenza nelle più ancestrali credenze; in cui il vuoto e il pieno, la costruzione e la distruzione si susseguono (e compensano) in un moto incessante. Pare quasi di sentire questo andamento, o almeno sarebbe possibile, se solo i vernissage fossero un momento di ascolto e non di conversazione mondana. Ormai, mi sono convinta che il braccio meccanico intento a rimescolare imperturbabile la cera e l’olio – un deus ex machina ancora più archetipico delle divinità greche – faccia rumore; pure se nessuno lo sta ascoltando.

A Kapoor questo non può bastare, evidentemente, se nelle sue intenzioni è lo spettatore a completare l’opera. Non solo a darle un senso, secondo la giusta supposizione del mio Uomo della Strada, ma proprio un contenuto. L’affermazione è da interpretarsi alla lettera, se si vuole fare esperienza della seconda parte della mostra di Anish Kapoor a Milano, in questo caso all’interno della cosiddetta Cattedrale nella Fabbrica del Vapore. Giunti alla seconda tappa dell’esposizione curata da Demetrio Paparoni e Gianni Mercurio, la vista di Dirty Corner mi toglie il fiato. Incutendomi un certo timore, lo ammetto. Ma non devo essere l’unica a soffrire il buio e i luoghi chiusi, dal momento che per lasciarsi inghiottire da questa monumentale installazione site-specific – un tunnel in acciaio lungo circa 60 metri e avente un diametro di 3 metri, privo di illuminazione artificiale – bisogna prima firmare un documento in cui si solleva l’artista, l’organizzazione e il Comune di Milano da ogni responsabilità relativa alle eventuali “conseguenze” della visita.

In effetti, l’ingresso nel tunnel segna sotto tutti gli aspetti l’accettazione dell’ignoto; più che altro, quanto l’uomo contemporaneo non conosce più, come l’oscurità totale e il silenzio, vere utopie di un contesto urbanizzato sempre illuminato e trafficato. Naturale allora che si verifichi un qualche scostamento dal proprio habitus sensoriale, per quanto variabile sia poi la differenza di reazione a livello individuale. Io, per esempio, una volta guadagnata l’uscita mi accorgo di avere l’affanno, oltre a un’inspiegabile voglia di piangere.

Emozionante, dico davvero. Ma cosa differenzia questa installazione dai giochi del Luna Park?
L’Uomo della Strada non si lascia convincere facilmente. E a nulla varrebbe dirgli che “questa è arte”, tipica frase tautologica dietro la quale si nasconde l’impossibilità di certa critica a spiegarsi, e innanzitutto comprendere. Il mio pragmatico accompagnatore non ha tutti i torti, nello stabilire un’analogia così eterodossa: in entrambi i casi l’insistenza sulle reazioni del fruitore, la costituzione apposta di un mondo “altro”. Proprio dalla natura di questi universi paralleli, però, hanno inizio le distinzioni. Perché dirsi “questa è arte” potrà non spiegarla, ma lo stesso predispone a un’attenzione nei confronti dell’esperienza – e una coscienza di sé – che si contrappone invece allo svago; all’assenza di focalizzazione da parte della mente, appunto. Dal differente contesto consegue dunque una diversità nelle intenzioni: di colui che l’ha concepito, di sicuro, e persino di chi si predispone a visitarlo.
Nulla di questo assicura l’Uomo della Strada sulla diversità dei risultati, però. Se è di prove concrete che ha bisogno, allora non ho che da mostrargli l’opera e lasciare che siano i suoi sensi a parlargliene. Innanzitutto, il Luna Park è solo in apparenza “altro”, rispetto all’ambiente del nostro vivere quotidiano, costituendone a ben guardare l’amplificazione esasperata: più illuminato, rumoroso e caotico, in buona sostanza stressante. Al contrario, Dirty Corner sembra puntare piuttosto alla deprivazione sensoriale, a sottrarre piuttosto che aggiungere stimoli. Togliere al corpo le sue sicurezze, invece di rafforzarne le abituali reazioni.
Perché, se dall’uscita della giostra l’avventore esce “provato”, l’indomani la sua sensibilità sarà ancora un altro po’ anestetizzata, rispetto alle quotidiane violenze cui viene sottoposta. Viceversa, all’interno di Dirty Corner si acuisce la coscienza: del buio, del silenzio; di quanto un’assenza (quella della libertà dell’individuo, della sua integrità) si faccia invece tangibile, e soffocante. Perché il cammino si fa sempre più buio: no, non c’è la classica “luce in fondo al tunnel”; quella me la sono lasciata alle spalle, con essa quell’iniziale rassicurazione che stessi facendo ritorno al grembo materno. Che, come ogni archetipo, è tanto familiare quanto unheimlich, facendo presto a trasformarsi nell’immagine della tomba. Al centro del tunnel, nel punto dove l’oscurità è così spessa che penso si possa toccarla, improvvisamente ricordo il cumulo di terra che va lentamente depositandosi proprio sopra la copertura d’acciaio… che va seppellendola. Certo, alla fin fine riesco a uscire dall’installazione, seppure dopo un tempo che mi è parso interminabile – quando, volendo tentare l’impresa una seconda volta, mi accorgo d’impiegarci giusto una manciata di passi. Ma, al contrario che sulle montagne russe, non mi resta la sensazione di aver compiuto un’impresa eroica: non mi viene da dirmi che “superato questo, posso superare tutto”.

Se la vita è ciclica, come sostengono gli orientali, un giorno dovrò ripetere questa esperienza. Anish Kapoor non mi ha tolto il dubbio (e la paura) che anche allora l’uscita non sarà facile da trovare, ammesso che chi per me l’abbia lasciata aperta; soltanto, mi ha riportato alla mente – verrebbe da dire che “mi ha messo davanti agli occhi”, se ci fosse stato qualcosa da vedere – l’inevitabilità di uno dei pochi momenti che, come la nascita, accomuna la vita di tutti gli esseri e ne costituisce infine un carattere ontologico. Per “dimostrare di essere un uomo”, insomma, ci sono prove più autentiche di quelle offerte dai Luna Park.

La mostra
Titolo Dirty Corner
Curatori Gianni Mercurio, Demetrio Paparoni
Sedi e durata Rotonda di Via Besana – 31 maggio /9 ottobre 2011; Fabbrica del Vapore – 31 maggio / 8 gennaio 2012
Orario lunedì 14.30 – 19.30; da martedì a domenica 9.30 – 19.30; giovedì e sabato 9.30 – 22.30
Ingresso € 6 per ciascuna sede espositiva; € 10 per entrambe le sedi
Catalogo Skira
Informazioni al pubblico www.anishkapoormilano.com

Articolo pubblicato sul numero 10 di Arte Shop Magazine (23 giugno 2011). Courtesy Action Group Srl.

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Qui di seguito un’anteprima delle fonti online raccolte tramite Urlist, consultabili per ulteriori approfondimenti:

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