01.Mag.07

Keith Haring, il murale di Milwaukee – Villa Reale, Monza

La recinzione di un museo è già un’opera d’arte? Keith Haring risponde… Distribuita per anni su t-shirt e calendari, arriva in Italia l’arte di Haring al suo stato più monumentale, assurgendo a quella dimensione pubblica […]

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La recinzione di un museo è già un’opera d’arte? Keith Haring risponde…

Distribuita per anni su t-shirt e calendari, arriva in Italia l’arte di Haring al suo stato più monumentale, assurgendo a quella dimensione pubblica ed insieme museale che l’artista ha inseguito sin dagli esordi.

Nel clima di crescente interesse per la street art, riconosciuta (forse tardivamente) come espressione estetica, si presenta un’occasione unica: il murale di Milwaukee di Keith Haring (1958 – 1990) viene esposto per la prima volta oltre i confini degli Stati Uniti, in una cornice suggestiva come può essere la Villa Reale di Monza, in fase di restyling per un’encomiabile volontà di aggiornamento culturale. Il murale è stato per l’occasione ricomposto in tutta la sua lunghezza (trenta metri), dato che allo stesso Haggerty Museum, dov’è in deposito permanente, non è esposto che in parte.

L’opera stessa si può definire come un’occasione unica nella carriera dell’artista, che fu chiamato da Curtis L. Carter a dipingere il murale per un museo che paradossalmente era ancora in costruzione. Haring, che all’epoca aveva raggiunto maggiore notorietà in Europa e Giappone che negli Stati Uniti, coglie l’opportunità per proseguire la sua attività di auto-promozione in patria, che non a caso lo porterà ad un’ascesa eclatante in tempi brevissimi. Col che non si intenda che Haring fosse un arrivista, quanto piuttosto che il suo interesse primario era rendere la sua arte visibile dal maggior numero di persone, da quella massa che negli anni Ottanta era la riconosciuta protagonista del sistema consumistico. La vicinanza dell’artista al suo pubblico, la volontà di crearsi egli stesso un pubblico, sono testimoniati dall’attività di Haring nella metropolitana di New York in quegli anni, quando decide di avvicinarsi alla street art riempiendo gli spazi pubblicitari vuoti nelle varie stazioni. Il murale è un tipico prodotto di questa fase stilistica, caratterizzata da figure di immediata lettura ed uno stile cartoonistico, condotto da una linea continua e decisa, che riempie con varietà tutto lo spazio disponibile.

L’interesse per la visibilità porta a condizionare la stessa composizione dell’opera, che all’epoca costituiva la recinzione del cantiere del nascente museo: essendo una parete visibile dall’autostrada, Haring decide di dipingerla il primo giorno con le icone del proprio lessico, il cosiddetto Radiant Child ed il cane che abbaia. Le due figure, ripetute lungo tutta la recinzione in due teorie sovrapposte, costituiscono un’affermazione pubblica della presenza di Haring nell’area, senza contare che a loro l’artista demandava da sempre il ruolo di comunicare positività, perché bambini e cani sono i simboli primordiali dell’umanità e della vita, per sua stessa ammissione.

Haring riscuote già dal primo giorno lavorativo l’interesse sperato, tanto che la sua attività di trasforma in una sorta di performance, a cui partecipano anche gli studenti della vicina Marquette University, aiutandolo a colorare l’interno delle figure tracciate in nero. Haring accoglie con entusiasmo la partecipazione collettiva, nonché la presenza dei media, come si evince dal video in mostra.

Risponde all’entusiasmo a tono, ecco quindi la nascita di un vasto inno alla vita sul lato principale della recinzione. Dall’intervista in video emerge l’assenza di un programma iconografico definito e la volontà di utilizzare il suo repertorio consolidato ricombinandone la disposizione, al fine di stabilire nuove associazioni mentali. L’artista ha sempre dichiarato di considerare l’opera in modo non definitivo, necessitando dell’interpretazione personale dello spettatore.

Emerge innanzitutto la passione di Haring per la danza, per la comunione dei corpi che si trasmettono il movimento, come accade nell’electric boogie e nella break-dance, da cui riprende diverse posizioni per i suoi omini senza volto. La trasformazione delle forme mediante l’energia è un altro tema, che dà vita ad ibridi come gli uomini-serpente e gli angeli-televisione. E’ una festa, ancora priva di quei caratteri conturbanti ed orgiastici che emergeranno nella produzione più matura, dopo il 1984. Persino lo smiley con tre occhi sorride felice, senza coscienza di costituire un obbrobrio nato per un errore compositivo anni addietro. Non c’è difatti limite alla vitalità creativa di Haring, che riempie una superficie monumentale senza l’ausilio del racconto, ignaro delle regole canoniche per la composizione, mischiando primitivismo e contemporaneità, miti ancestrali e derivazioni cyborg. E’ l’apoteosi della decoratività non intesa come scadimento dell’arte, ma come piacere di riappropriarsi del mondo, lasciando la propria inconfondibile traccia, il proprio contributo al miglioramento della vita.

Quando uno studente gli ha chiesto cosa stesse facendo al recinto, Haring ha risposto: “E’ per te!”. Il fatto che il ragazzo l’abbia poi ringraziato è il motivo che ha spinto Haring a continuare a dipingere, ignorando persino il decorso della malattia che lo porterà alla morte, dopo quell’ultimo testamento artistico che è Tuttomondo a Pisa e che merita di essere ricordato, non fosse altro per notare la somiglianza di propositi e stili tra l’inizio e la fine di una carriera fulminante.

Keith Haring – Il murale di Milwaukee

dal 1 aprile al 1 luglio 2007

Monza, Serrone della Villa Reale (viale Brianza 2)

Orari: da martedì a giovedì 10-13:00/14-19:00; venerdì fino alle 22:00; sabato e domenica 10-20:00

Biglietti: intero Є 5; convenzioni Є 4; ridotto Є 3. Prevendita: www.vivaticket.it

In occasione della settimana della cultura, nei giorni 18,19 e 20 maggio ingresso a Є 3.

Prenotazioni gruppi e scuole: 02-45487395 (Opera d’Arte – Milano)

Informazioni: 039-322086 (Ufficio Mostre, Comune di Monza)

Ufficio Stampa: CLP Relazioni Pubbliche

Catalogo: Skira

Curatore: Curtis L. Carter

www.keithharingmonza.com

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