18.Lug.11

World Press Photo: nient’altro che la verità

Si è tenuta lo scorso 7 maggio la cerimonia di premiazione del più prestigioso concorso internazionale dedicato al fotogiornalismo: ad aggiudicarsi il titolo di Foto dell’anno 2010, un ritratto scattato dal sudafricano Jodi Bieber, che mescola efficacemente immagini ideali e condizioni reali della donna contemporanea. Le diverse le fotografie giornalistiche, premiate nelle rispettive categorie tematiche, fino all’inizio del 2012 saranno esposte in una mostra itinerante per il mondo che fa tappa in Italia per quattro volte, da Milano a Napoli.

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Quando ho visto circolare in rete la notizia che il vincitore era stato annunciato, credo fosse la mattina dell’11 febbraio, mi sono precipitata sulla gallery già messa online all’interno del sito istituzionale del World Press Photo Contest. Perché, poi, tanta fretta. Da una parte, credo non esista giornalista che da piccolo non fantasticasse di entrare un giorno in redazione con lo scoop, e aggiudicarsi la prima pagina; forse non si rinuncia mai ai propri sogni, sta di fatto che per rispetto della categoria non potevo esimermi dal plaudere subito a chi quest’anno “ce l’ha fatta”.
Addetti ai lavori o meno, c’è poi uno stato di fatto che interessa tutti: viviamo in una società neo-iconica, dove le immagini veicolano (e inculcano) un sempre maggior numero di informazioni e pensieri, che recepiamo prima ancora che la nostra mente abbia il tempo di analizzarli. In una comunità che, per incoscienza o malafede, non ha ancora fatto dell’Educazione Visiva materia di studio obbligatoria, non può arrecare alcun danno aggiornarsi quantomeno su quella che, incontestabilmente, viene giudicata ogni anno la migliore produzione in fatto di immagini mediatiche.


Confesso che di primo acchito la fotografia di Jodi Bieber (aggiudicatosi con un ritratto la 54˚ edizione del World Press Photo Contest) mi abbia delusa. Cosa c’è, in questa immagine, che non si sia già visto a partire da Antonello da Messina? Il ritratto a mezzo busto, il volto di tre quarti, un contatto visivo diretto con lo spettatore, che si trova a essere interpellato quando pensava di essere lui a interrogare l’immagine. Poi, quel velo dalla cromia cangiante: è dai tempi di Bisanzio – infine, dei grandi Maestri del Rinascimento veneto – che viene associato alla Madonna, la cui iconografia della Vergine velata simboleggia l’esclusiva consacrazione della Madre di Dio all’Onnipotente, per il quale veste quindi un abito sponsale e sacerdotale assieme. Aver maturato una seppur modesta conoscenza del linguaggio visivo, delle volte, si rivela essere un’arma a doppio taglio ritorta contro un autentico godimento estetico; negato, nel momento in cui si riconosce il plagio, o peggio la brutta copia di una forma che aveva un senso (rivoluzionario) in un contesto e viene man mano svuotata di significato.
Eppure, sussiste la rara possibilità che una simile coscienza critica possa esaltare il piacere della scoperta: del nuovo, meglio ancora di un significante, in grado di corrispondere pienamente a un pensiero che la società magari ancora sta formulando. Così è stato per questa “fotografia dell’anno”. Che sì, richiama subito alla mente tutta una tradizione di figure di donna; celebrata, adorata, elevata a più pura e spirituale espressione della bellezza. Soltanto perché il contrasto con la realtà, alla fine, sia ancora più scioccante. Alla donna ritratta dal fotografo sudafricano, la diciottenne Bibi Aisha, non manca niente per rappresentare la degna erede di un secolare canone estetico. A parte il naso e le orecchie. Dettaglio che, forse distratti inizialmente dallo stereotipo ormai sedimentatosi nella nostra memoria visiva – il potere dell’immagine di cui dicevo –, emerge solo in un secondo momento, ma si fa largo con tale orrore nella nostra coscienza da diventare subito il punto di massimo interesse all’interno del quadro. Si dice che la mente umana possa archiviare immediatamente una questione risolta, mentre l’errore e tutto quanto “non quadra” (manco a dirlo), non cessi mai di essere rielaborato. Sarà difficile, allora, scordare presto la fotografia di una donna afgana “punita” per essersi allontanata dal marito violento, un combattente talebano al quale era stata consegnata all’età di dodici anni. Come giustamente fa rilevare Ruth Eichhorn, membro della giuria del Premio di quest’anno, “è un’immagine incredibilmente forte. Invia al mondo un messaggio di enorme portata, a proposito di quel 50% della popolazione costituito da donne, molte delle quali vivono ancora in condizioni miserabili, oggetto di violenze. È potente perché la donna appare nobilitata dall’immagine, iconica”. Conclude di conseguenza il giurato Vince Aletti che, proprio da questo rapportarsi alle icone della storia (eminentemente femminile), la fotografia premiata trae la forza per non trattare “soltanto di una donna in particolare, ma dello stato delle donne nel mondo”.

Spiegato in questi termini, può forse sembrare che il fotogiornalismo si riduca a una questione di tecnica; per quanto ineccepibile, in qualche modo sterile. Se si guarda all’intera galleria delle immagini premiate con il massimo riconoscimento nel settore, però, presto si scoprono soggetti non esattamente messi a fuoco, un secondo piano fin troppo mosso, o addirittura scatti “rubati” (alla lettera). Si conta almeno un esempio per ogni “eresia” appena citata: l’immagine della donna tratta in salvo dalle macerie di un edificio di Port-au-Prince, appena qualche minuto dopo che la città e tutta Haiti sono state devastate dal terremoto, scattata da Daniel Morel e vincitrice del secondo premio nella categoria Spot News Single; la torretta del Liberty Bridge di Budapest da cui si sta gettando un uomo avvolto dalle fiamme, in un disperato gesto suicida che Péter Lakatos ha davvero “colto al volo” (aggiudicandosi il primo posto nella stessa categoria di Morel); infine, l’idea (dadaista o concettuale) del tedesco Michael Wolf di mostrare Una serie di sfortunati eventi già inavvertitamente registrati da Google Street View, che gli è valsa una menzione d’onore all’interno della categoria Contemporary Issues, tra cui non può giustamente mancare la questione del progressivo espandersi della tecnologia in ogni ambito.
Anche quest’ultimo ciclo di lavori, pur riprendendo modalità di appropriazione tipiche di certe avanguardie artistiche, risponde in definitiva ai requisiti di una fotografia giornalistica. Recita così una breve guida scaricabile dallo stesso sito del World Press Photo Contest: “Un’immagine giornalistica mostra la realtà allo stato d’esistenza in cui si trovava quando la fotografia è stata scattata – nulla di essa può essere soggetta a manipolazione. I fotogiornalisti si limitano a documentare il mondo circostante, così distinguendosi dai fotografi-artisti e dalla fotografia commerciale”. Bella o no in senso canonico, una fotografia giornalistica dunque è “riuscita” – forse è questa la migliore definizione – nel momento in cui riesce a individuare e rendere intellegibile anche agli estranei una particolare condizione presente al mondo. Passando in rassegna le immagini premiate nelle diverse categorie, sembra di ripercorrere in sintesi tutto il 2010: Haiti e l’incidente alla Love Parade, Julian Assange, il campionato mondiale di calcio e via dicendo. Ma ci sono anche altre storie, eventi passati inosservati all’attenzione generale che ora, davanti a uno scatto in mostra al Museo di Roma in Trastevere o presso la meneghina Galleria Carla Sozzani (fino al 29 maggio, seconda tappa italiana dell’annuale tour mondiale organizzato al termine del Concorso), possono diventare invece materia di riflessione individuale; perché “una foto giornalistica condivide la condizione che ritrae con lo spettatore, rendendolo un testimone”.

La nostra società dell’immagine è stata a più riprese accusata di svuotare il vissuto di ogni significato profondo, soggettivamente esperito; uniformandolo a uno stereotipo, un’icona propinata per vera – perché la fotografia nasce come la traccia impressa di una realtà, della quale condivide lo status ontologico – quando invece viene sempre più falsificata, lasciando intendere che sia possibile (anzi è d’obbligo) inverare una perfezione tutta teorica, al di sopra di ogni accidente fenomenico. Ma esiste, o resiste, l’altra faccia della medaglia: fotografi che girano il mondo “sapendo di non sapere”, ovvero interrogando la realtà in quello che è un costante esercizio di conoscenza, prima che un giudizio. Forse non è un caso, che mi sia venuto da concludere parafrasando Socrate. L’edizione di quest’anno del concorso è stata dedicata alla memoria di Tim Hetherington e Chris Hondros, due fotografi premiati in diverse edizioni del World Press Photo Contest che sono rimasti uccisi lo scorso 20 aprile in Libia, dove si erano recati per documentare il recente conflitto bellico.

World Press Photo: l’organizzazione
Dal 1955, World Press Photo è una fondazione senza scopo di lucro che, dal suo quartier generale ad Amsterdam, si dedica allo sviluppo del fotogiornalismo, incoraggiando la diffusione delle conoscenze legate a quest’attività. Tra le diverse iniziative messe in atto, la principale e più conosciuta consiste nell’organizzazione del World Press Photo Contest, il più ampio e prestigioso concorso dedicato alla fotografia giornalistica. Le opere che annualmente vengono premiate compiono poi il giro del mondo in un’esposizione itinerante, visitata da oltre due milioni di persone residenti in 45 Paesi.

La mostra in Italia
Dal 29 aprile al 23 maggio
Roma, Museo di Roma in Trastevere
www.museodiromaintrastevere.it

Dal 4 al 29 maggio
Milano, Galleria Carla Sozzani
www.galleriacarlasozzani.org

Dal 20 novembre al 12 dicembre
Lucca, Chiesa dei Servi (nell’ambito del LUCCAdigitalPHOTOfest)
www.ldpf.it

Dall’8 dicembre 2011 al 4 gennaio 2012
Napoli, PAN – Palazzo delle Arti di Napoli
www.palazzoartinapoli.net

Articolo pubblicato sul numero 9 di Arte Shop Magazine (23 maggio 2011). Courtesy Action Group Srl.


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