13.Nov.08

La scultura di Ipostéguy: la vita alle origini, oltre le convenzioni

E’ una mostra di grande impatto ad inaugurare la nuova stagione espositiva degli Spazi Arte Legnano (SALe): ecco il resoconto del viaggio in anteprima, all’insegna di un conturbante connubio tra Amore e Morte

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Nella vita quotidiana si adotta spesso una visione selettiva, che decide di tenere in campo certi elementi a scapito di altri; non potrebbe essere altrimenti, perché uno sguardo davvero totalizzante, che trapassa la consuetudine a cercare il senso profondo di ogni singolo evento, finirebbe per paralizzare qualsiasi possibilità di azione. Come potremmo difatti reagire ad una moltitudine di impulsi simultanei, tutti ugualmente potenti seppure contraddittori? Allora si stringe l’orizzonte. Si esclude.
L’arte contemporanea ha dunque il ruolo scomodo di forzare questa miopia, a costo talvolta di ferire gli stessi occhi dello spettatore. Ma Legnano non dimostra timori di sorta, come sottolinea il Sindaco Lorenzo Vitali: “Da anni, la città di Legnano si sta dimostrando un punto di riferimento per tutti quegli appassionati che vogliono andare oltre la moda del momento, proponendosi come alternativa forte ad altri spazi, magari più conosciuti, ma molto legati alle logiche dell’arte più commerciale”. C’è chi, nell’entourage di Sale, è anzi pronto a scommettere che a Milano “copieranno” anche quest’ultima proposta critica.

2 Flavio Arensi

L’esibizione “Eros + Thanatos” (leggasi: Amore e Morte) in programma fino a febbraio presso il Palazzo Leone da Perego, a cura del Direttore Artistico Flavio Arensi e dello studioso francese Pascal Odille, è appunto complessa, non facile, eppure una doverosa operazione culturale. Innanzitutto riporta agli onori della cronoca un nome troppo spesso trascurato in Italia, quello di Jean Robert detto IPOUSTÉGUY (1920-2006), scultore cui però i nostri artisti devono molto, come spiega lo stesso curatore Arensi durante la visita alla mostra: “Al francese venne riservata un’itera sala alla Biennale di Venezia del 1964, per cui videro le sue opere Perez, Vangi, Bodini. Se la critica italiana ha dimenticato Ipoustéguy, non altrettanto hanno fatto gli scultori figurativi, che a lui si sono ispirati molto.”

Ecco rilevato il primo dato fondamentale: Ipoustéguy sceglie di operare nel solco della scultura “tradizionale”, quella che si conclude all’interno del proprio volume, racchiusa da una superficie che non ha bisogno dell’ambiente per essere definita, ma anzi s’impone visivamente se non a livello tattile. Bandita dunque l’installazione spaziale ma astratta, intellettuale, lo scultore ritorna a considerarsi “artigiano” della materia: la produzione in mostra, uno stralcio significativo di quanto realizzato tra la fine degli anni Quaranta e i Novanta, è giustamente definita dal curatore “la tenace testimonianza di un accadimento”. Racconto dunque, arte visiva nel pieno senso della parola, per la quale Iposteéguy va a riprendere il predecessore Rodin; con coraggio, perché la tradizione non è di moda, eppure il francese riesce a piegare l’armonia classica ad una melodia contemporanea, molto più carnale e concreta, che risente della “ribellione” informale ma è in grado di rivaleggiare persino con le sculture rituali di altre civiltà, come dimostrano le teste e le maschere del primo periodo. Già negli anni Cinquanta l’artista rifiuta la divisione del mondo tra giusto e sbagliato, bello o brutto. Lo si può dire, è disturbante.

Ipousteguy2 Ipousteguy3

Soprattutto, è fin troppo comprensibile, la narrazione di Ipoustéguy. Contro l’ipocrisia, contro il compromesso che facilita la vita, l’artista scava lungo le due direttrici fondamentali dell’esistenza umana, ovvero la sua origine e l’inevitabile conclusione: sensualità (o sessualità tout court, giocosa ma terribilmente irriverente) e morte. Accarezzando la superficie della scultura “Age des conclusions” [Età della conclusione], a tratti inasprita ad esprimere il dramma della vecchiaia, Flavio Arensi riflette: “L’artista ha sempre dimostrato di rispettare molto la vita. Non ne fa un teatro, non calca la mano per trasformare la storia in un’esibizione chiassosa. Certo, affronta eventi reali che ai più risultano una provocazione, a maggior ragione quando invita implicitamente lo spettatore a toccare questa materica così ricca, attraverso l’invenzione delle sculture scomponibili o a incastro. Eppure, considerando la scultura che si riferisce alla morte prematura della figlia decenne Céline [“Scène comique de la vie moderne”], percepiamo che il dolore non è urlato: il padre letteralmente si sfalda davanti ai nostri occhi, distrutto dalla pena, ma non c’è traccia di una retorica del dramma nella scelta della posa.”

Ipoustéguy lascia insomma la teatralità a chi recita giornalmente la propria vita, impersonando se stesso di fronte agli altri, come fa la donna in “La Maison”: si può costruire con l’amato, certo, ma al prezzo di nascondere una parte di sé dietro un’inevitabile maschera di facciata.

La Maison

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