20.Giu.07

Tony Oursler – Galleria Emi Fontana, Milano

La rivisitazione dell’estetica pulp, l’iper-violenza ironizzata… O presa seriamente? Trovarsi in guerra non è poi uno scherzo come sembra in televisione… Si entra in uno spazio buio. L’anfratto di un cortile milanese come tanti. L’inquietudine […]

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La rivisitazione dell’estetica pulp, l’iper-violenza ironizzata… O presa seriamente? Trovarsi in guerra non è poi uno scherzo come sembra in televisione…

Si entra in uno spazio buio. L’anfratto di un cortile milanese come tanti. L’inquietudine che possa succedere qualcosa, un evento di cronaca nera come tanti. Qualcosa succede, in effetti, con tanto di corredo di urla e rumori agghiaccianti. I bambini scappano via. Ma gli adulti restano sulla soglia e ci mettono un po’ a capire. Di essere in guerra.

E’ l’ultimo scenario un po’ apocalittico e molto surreale presentato da Tony Oursler (New York, 1957) alla Galleria Emi Fontana di Milano. Non una presa di posizione politica attorno ad un tema sempre tristemente attuale, quanto piuttosto un modo molto poetico per porre lo spettatore nel tema, una volta tanto attore, piuttosto che passivo fruitore.

Oursler infatti si distingue già negli anni Settanta dalla congerie dei videoartisti impegnati per un interessamento a tematiche più profonde ed universali, da cui l’attualità emerge come causa scatenante e sublimale di una nuova antropologia del vivere e del sentire. Non a caso il lavoro dell’artista si incentra sull’analisi dei sentimenti e sulla percezione del sé, molto spesso portato allo smembramento nella cultura contemporanea. Quello che attrae Oursler sin dagli esordi è la televisione, il mass media per eccellenza, le sue potenzialità illimitate e l’altrettanto infinito potere di manipolazione. Il suo intento è smascherare i clichè mediatici, evitandone lo sterile isolamento col rischio di renderli ancora più potenti, piuttosto insegnando allo spettatore a costruirsi una storia da sé, ad entrare in rapporto col mezzo stavolta coscientemente. A volte il lavoro di Oursler sembra configurarsi come un’illustrazione punto per punto delle teorie avveniristiche di McLuhan. Stesso interessamento per il progresso, stesso disincanto, stessa utopica determinazione a condurlo piuttosto che lasciarsi condurre.

La scelta di passare dalle videoproiezioni su schermo alle installazioni multimediali con i manichini ha il carattere di un passaggio necessario. Una volta resosi conto che la televisione non era quel luogo democratico in cui gli artisti avevano sperato, una volta stabilito come assunto la ricerca del contatto dialogico con lo spettatore, l’incursione nello spazio reale diventava l’unica possibilità. “Riflessi… lo spazio dopo che la luce abbandona il monitor, dove inizia la vita e finisce la macchina – i salotti e le camere da letto in cui si trovano i corpi – sono questi gli spazi interessanti […] Io stavo cercando di togliere le immagini dallo schermo TV ed inserirle in una nuova situazione. E’ un esperimento che iniziò nei video, negli effetti speciali ottici, e poi si trasferì nello spazio 3-D…”

Dagli anni Novanta Oursler ha reso evidente la rinuncia alla narrazione, ha divelto persino la cornice dello schermo che poteva darne l’apparenza. Ha elevato a potenza l’essenza del mass media contemporaneo, la sua capacità di catturare lo spettatore permettendogli di autoproiettarsi in ciò che vede. Ora c’è un’anima in ogni oggetto che ci circonda, e storie che nascono da brandelli di realtà. Basta un volto, bastano i caratteri minimi che permettono di identificare un uomo, per avere una persona. I suoi manichini “sono perfette metafore del libero fluttuare dell’io. I media come la televisione e il cinema sono stati inventati per portare mentalmente il corpo fuori da se stesso: qualunque cosa che il cervello vuole che esso sia, lo diventa.” Ma ce ne rendiamo conto? Sappiamo di essere in fuga da noi stessi la maggior parte della nostra vita?

Il fatto che lo spettatore si trovi per una volta fisicamente ingabbiato in questa situazione totale gli rende un’inaspettata libertà, dato che egli deve scegliere come muoversi attraverso le voci (ma anche gli spari, le grida, le risate, l’isteria) ed i corpi, decidere come mettere assieme gli stralci di personalità che gli si presentano. Voci rotte di una personalità multipla, del corpo collettivo della contemporaneità. Ci sarà il proiettile che chiede perdono e quello che dichiara di non aver paura. Uno fischietta incurante la sua parabola di morte. Chi ha ragione? Ma soprattutto, quando la violenza diventa una cosa così disperatamente viva e vociante, quando l’aggressione è fatta di immagini eteree che si poggiano ovunque, sulle sagome in gesso come sui nostri corpi incauti che passano, quando uno sparo può davvero colpirti alle spalle, ha davvero senso giocare alla guerra? Non diventa tutto così incredibilmente più serio… e triste? Quando anche un proiettile ti parla della vita, caotica e confusionaria e così sfaccettata, potrai usarlo come strumento di morte?

Ousler dice che ogni opera d’arte risponde ad una domanda. E che ogni spettatore deve costruirsi la propria storia. Le sue opere hanno suscitato in me molte domande. E questa è la mia versione della storia.

Tony Oursler – Dum-Dum, Metalbreath, Wadcutter

dal 28 maggio al 28 luglio 2007

Galleria Emi Fontana, Viale Bligny 42 – 20136 Milano

Orari d’apertura: dal martedì alla sabato, dalle 11.00 alle 19.30

ingresso libero – Per info: telefono 02.58322237 / fax 02.58306855

emif@micronet.it – www.galleriaemifontana.com

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