31.Mag.11

Dall’Io all’altro: Tony Oursler in mostra al PAC di Milano

Il PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Milano ospita la prima grande retrospettiva dedicata in Italia ai lavori realizzati nell’ultimo decennio da Tony Oursler, ideatore delle cosiddette “sculture-screens”, per un affrancamento della videoarte dalla cornice dello schermo televisivo e il concretizzarsi delle sue potenzialità interattive.

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Si ha un bel dire che nella Grecia antica affondano le radici della società occidentale; quella stessa che alla cosiddetta eredità classica ha fatto periodicamente appello, fosse solo per consolarsi del dramma di vivere nel pieno di una qualche svolta storica. Solo a pensare all’arte ellenica, però, ci rendiamo conto di quanto sia ormai profondo il divario che ce ne separa: perché uno scultore greco non avrebbe mai neppure pensato di rappresentare meno di un uomo nella sua interezza, mentre un artista come Tony Oursler (New York, 1957) ha eletto il frammento anatomico a sua conturbante cifra stilistica. Eppure, se di quella originaria unitarietà dell’individuo proviamo talvolta nostalgia, la disgregazione del nostro essere si è perpetrata per secoli. Tanto, che diamo ormai per assodata l’ipotesi che di un uomo si ascolti solo la voce ma non si veda il volto; e se ne conosciamo l’immagine, ancora non potremo toccarla: non è che una proiezione.

Proprio rifacendoci all’etimologia del termine, però, dobbiamo ammettere che l’individuo contemporaneo gode anche di un’inedita libertà di proiettarsi, estendersi oltre i limiti organici. Se è vero che diventa sempre più difficile definire l’Io, non bisogna trascurare che questa spersonalizzazione annulla giocoforza anche il termine di paragone a cui l’individuo si rapporta: l’altro, il mondo. Difatti, non è possibile contemplare con distacco – già in senso letterale – un’opera di Oursler quale Lock 2, 4, 6; occupando la galleria vetrata del PAC in tutta la sua estensione, attraverso un’articolata disposizione delle sagome che fungono da schermi per le diverse videoproiezioni e degli altoparlanti che ne riportano il sonoro, l’installazione mette il fruitore nell’impossibilità di assumere un punto di vista privilegiato e quindi superiore, com’è dell’arte visiva tradizionalmente intesa come “finestra sul mondo”.
Al contesto lo spettatore è anzi chiaramente invitato a prendere parte: deve per necessità accostarsi agli altoparlanti per afferrarne i suoni; superare camminando la silhouette della bottiglia, se vuole assistere alla costruzione/ distruzione del muro cui ci appresta sul fondo dello spazio. Allo stesso visitatore, anzi, è affidato un ruolo costruttivo o distruttivo (in una parola, decisionale) nei confronti dell’opera, dal momento che la sua esplorazione comporta tutta una serie di tangenze e intersecazioni del corpo umano con i fasci luminosi emessi dai proiettori; lo spettatore accetta allora di lasciarsi investire dalle immagini in movimento, di farsi “possedere” dalle personalità disturbate di cui si compone l’opera e, in ultimo, la società?

Quello che a tutta prima appare un esperimento ludico si fa presto metafora delle dinamiche di relazione, comunicazione, e forse anche potere, che caratterizzano il nostro mondo quotidiano. Lo spiega mirabilmente Demetrio Paparoni – curatore della mostra insieme a Gianni Mercurio – nel suo saggio a catalogo:

“Come l’hippy che ha inteso fare esperienza del cosmo immergendosi nella natura e aprendo la mente a visioni capaci di proiettare l’individuo in uno spazio altro, lo spettatore dell’opera di Oursler può fare esperienza dell’arte dal suo interno, fruendo tanto della scultura animata quanto dei suoi meccanismi. Nelle sue complesse installazioni, le apparecchiature elettroniche che permettono la proiezione dell’immagine e l’ascolto dell’audio sono sempre ben in vista. Proiettori, casse acustiche, computer dichiarano apertamente le verità di cui l’opera si fa espressione: dicendo il vero sulla natura delle sculture animate, dicono il vero sul loro contenuto. Ci dicono che la realtà è fatta anche di finzioni filmiche; che siamo sovente gli attori inconsapevoli di un film girato da altri; che siamo volumi sui quali qualcuno proietta l’immagine che vuol vedere di noi; che ci stiamo plasmando a immagine e somiglianza di ciò che guardiamo. Piuttosto che assistere a una finzione filmica, osservandole ci si trova immersi in un ambiente familiare”.

Non a caso, dalla cromia accesa di proiezioni e filmati al montaggio non sequenziale degli stessi (ivi compresi i “dialoghi”, o meglio monologhi interiori), molti elementi stilistici nelle opere di Oursler richiamano direttamente i linguaggi utilizzati dai media contemporanei per veicolare diversi messaggi, dalla pubblicità al videoclip musicale. Non sorprende affatto, quindi, che David Bowie sia l’interprete unico (di una personalità sdoppiata) nel video Empty del 1999: il parossismo sensoriale cui normalmente i media ricorrono, per sollecitare una reazione emozionale nel pubblico, viene qui estremizzato fino a divenire un’amara parodia.
Everything you hear is a lie, everything you touch is a lie… I don’t believe in anything at all” (“Tutto quello che senti è una menzogna, tutto quanto tocchi è una menzogna… Io non credo in niente”), recita ossessivamente David Bowie; ma si può forse prescindere dai propri sensi? Se davvero vuole esperire l’opera, lo spettatore non può esimersi dal confronto con essa, e con la realtà che va ricreando: l’assunzione di consapevolezza delle reciproche influenze diventa un imperativo, che il fruitore tenderà forse ad avvertire come un’indebita pressione; esasperata, perché impari finalmente a percepire ben altre ingerenze sulla sua libertà di esplorare il mondo.

Tony Oursler
La mostra inaugurata il 19 marzo al PAC – Padiglione di Arte Contemporanea di Milano, in concomitanza con l’annuale edizione di MiArt, è una delle più ampie retrospettive incentrate sull’artista statunitense, di cui viene presentata una selezione di opere realizzate nell’ultimo decennio.
Già negli anni Novanta, Tony Oursler si guadagna un posto di tutto rispetto all’interno della videoarte ideandone una particolare evoluzione tecnica e stilistica, la proiezione su sculture (sculture-screens): la prima serie di opere, realizzate ricorrendo a supporti “anomali” di proiezione (volumi irregolari come pure bambole, nuvole di vapore o alberi) si intitola Talking Heads e conosce una prosecuzione nel successivo ciclo di lavori chiamati Eyes, presente al PAC in una versione appositamente concepita.
L’artista si dichiara convinto che l’immagine in movimento sia maggiormente rappresentativa della nostra cultura contemporanea, all’interno della quale il linguaggio dei nuovi media è presente a tal punto da influire sulla percezione e sulle reazioni comportamentali dell’individuo: per questo Oursler sceglie di chiamare direttamente in causa lo spettatore all’interno della vita dell’opera, che costituisce un affrancamento della videoarte dalla cornice dello schermo televisivo e un palese concretizzarsi delle sue potenzialità interattive. L’analisi di Oursler è infatti tesa sin dagli esordi a comprendere in che modo (e con quali conseguenze) alcuni fattori sociali (dai mass media alla cultura pop, dalla violenza ai disturbi di personalità, dal sesso all’inquinamento) influiscano sulla fisicità dell’uomo o nella costituzione del suo essere.
Tra gli ultimissimi lavori realizzati dall’artista, al PAC sono presenti due distinti nuove modalità espressive adottate da Oursler. Da una parte, presso una serie di postazioni multimediali è possibile accedere al progetto The Valley, una mostra digitale con la quale lo statunitense ha inaugurato nel 2010 l’Adobe Museum of Digital Media (www.adobemuseum.com). In altri locali del piano superiore del Padiglione, invece, sono ospitate le micro-sculture della serie Peak (2010): proiezioni che si concentrano stavolta su volumi minimi, all’interno di scenari nati dall’assemblaggio di materiali grezzi e componenti estrapolati (citati) dall’immaginario contemporaneo.

La mostra
Titolo
Tony Oursler – Open Obscura
Curatori
Gianni Mercurio, Demetrio Paparoni
Sede
PAC – Padiglione d’Arte Contemporanea, Milano
Durata
19 marzo – 12 giugno 2011
Orario
lunedì 14.30 – 19.30
da martedì a domenica 9.30 – 19.30
giovedì 9.30 – 22.30
ultimo ingresso un’ora prima della chiusura della mostra
Ingresso
€ 7 intero
€ 5 ridotto studenti, over 65, disabili e convenzioni
€ 4 ridotto speciale scuole
Catalogo
24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE
Informazioni al pubblico
Tel. 02 884 46359 / 360
www.comune.milano.it/pac
www.mostraoursler.it

Articolo pubblicato sul numero 8 di Arte Shop Magazine. Courtesy Action Group Srl.

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