05.Mar.11

Fondazione nomade per una cultura diffusa

Un organismo mobile, flessibile, “nomade”: già dal nome, si presenta così la Nomas Foundation istituita nel 2008 da Stefano e Raffaella Sciarretta, due collezionisti che dagli anni Novanta si confrontano con la migliore e più giovane arte, nazionale e non. Sorge a Roma con l’obiettivo di sostenere gli attuali linguaggi dell’arte internazionale, in sintonia con la loro mobilità e la vocazione a raggiungere ogni ambito della vita.

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Un organismo mobile, flessibile, “nomade”: già dal nome, si presenta così la Nomas Foundation istituita nel 2008 da Stefano e Raffaella Sciarretta, due collezionisti che dagli anni Novanta si confrontano con la migliore e più giovane arte, nazionale e non. Valicando ogni confine geografico e di genere, il programma della Fondazione si propone quindi di riflettere sullo stato attuale del linguaggio dell’arte, analizzandone le pratiche emergenti a livello internazionale. Nell’elenco della attività annuali non si annoverano solo le mostre, ma anche talk e seminari cui prendono parte esponenti della cultura contemporanea (i Reading Room), laboratori formativi e sperimentali in collaborazione con gli istituti scolastici e accademici del territorio (i Lab).
A unificare le diverse pratiche, la scelta ogni anno di un tema che ne detti le linee guida. Il primo è stato, per il periodo tra il 2008 e il 2009, Il collezionare come pratica culturale; tra i modi di sviscerare l’argomento, si ricorda la mostra Neon curata da Achille Bonito Oliva, con una lista di opere in cui figuravano anche quelle di Joseph Kosuth e Nico Vascellari. Si è trattato però di un caso per certi versi isolato, dal momento che il programma delle attività della Fondazione, ivi comprese le mostre, è stato in seguito interamente affidato a Cecilia Canziani e Ilaria Gianni. La prima, docente all’Accademia di Belli Arti di Palermo e collaboratrice de Il Fatto Quotidiano, concentra la propria ricerca sull’intervento artistico contemporaneo come forma di interrogazione dello spazio culturale, del contesto, e sulla didattica della cultura visiva; tiene quindi conferenze e seminari in ambito internazionale ed è co-fondatrice di 1to1 projects. Ilaria Gianni invece, anche lei un Master of Fine Arts alla prestigiosa Goldsmiths di Londra, ha lavorato come assistente alla didattica presso lo IUAV di Venezia, mentre insegna ora presso la John Cabot University e la LUISS Guido Carli di Roma.
Per l’anno in corso, il filo rosso che lega le attività della Nomas Foundation è la Storiografia, ovvero il modo in cui le forme (artistiche) raccontano l’iscriversi delle microstorie nella Storia. In quest’ambito di ricerca, si è appena conclusa la mostra inaugurata nel dicembre del 2010 e intitolata La nostra permanenza quotidiana, in occasione della quale il giovane artista inglese Michael Dean (1977) ha avuto modo di esporre per la prima volta a Roma i propri lavori. L’autore ha messo in scena una sorta di dialogo, un confronto sui concetti di permanenza e temporaneità, storia e immanenza, sulle corrispondenze tra corpo ed emozionalità. La riflessione si è concentrata sulla figura della colonna, elemento strutturale che rappresenta sì la storia di Roma nelle sue secolari stratificazioni, ma si relaziona eccezionalmente anche alle parti anatomiche del collo, della gola e conseguentemente alla voce. Il dialogo, quindi, è stato diffuso per la città attraverso un libro le cui pagine, strappate e fatte circolare nel mondo, viaggeranno idealmente nel tempo e nello spazio, all’interno appunto di una “permanenza quotidiana” che diventa una nuova, contemporanea declinazione della monumentalità.

Le storie, intese come relazioni interpersonali, sono alla base anche del laboratorio Quale educazione per Marte?, un progetto di Esterno22 e Valerio Rocco Orlando che ha coinvolto fino alla fine di febbraio le classi di alcuni licei romani. Il laboratorio ha analizzato l’istituzione scolastica a partire dai rapporti tra gli studenti che ne fanno parte integrante: attraverso interviste individuali condotte in modo omogeneo (le stesse luci e inquadrature), emerge in un dialogo a più voci tutta la molteplicità, invece, di quanto forma lo studente a livello sentimentale e gnoseologico. A giugno, presso la sede della Fondazione, verrà allestita una mostra a presentazione del lavoro svolto dall’artista con i giovani.
Diverse sono in effetti le iniziative previste per i prossimi mesi del 2011. A marzo avrà inizio la mostra A film cycle, una sorta di mini-festival che presenterà i video d’artista e i documentari di autori quali, tra gli altri, Deimantas Narkevicius (rappresentante della Lituania alla 49 esima Biennale di Venezia nel 2001), Renzo Martens, Kirscher and Panos, oltre che dell’italiana Rossella Biscotti (il cui La cinematografia è l’arma più forte, allusione allo slogan mussoliniano che ricorda il rischio dell’investimento politico nella cultura, verrà proiettato prima di ogni film). A cosa affidare la memoria, come raccontare la storia? Su questo si interrogano gli artisti all’opera, intenti a riportare i grandi cambiamenti sociali, politici ed economici senza trascurare la ripercussione che essi provocano sugli individui che ne sono testimoni: l’incontro tra l’impianto narrativo del documentario e le forme poetiche della videoarte permette di tradurre in immagini la relazione tra la dimensione pubblica della Storia e quella intima della costruzione di un’identità personale.
Sempre con l’intento di ricostruire uno scenario, in questo caso quello culturale del Paese, al duo olandese Fucking Good Art (Rob Hamelijnck e Nienke Terpsma) la Nomas Foundation ha commissionato una ricerca da condurre durante una residenza itinerante per l’Italia, grazie alla collaborazione di altri enti no profit per l’arte contemporanea quali Careof (Milano), Progetto Diogene (Torino), Nosadella.due (Bologna), Francesco Pantaleone Arte Contemporanea (Palermo), Archiviazioni (Lecce, Matera e Porto Cesareo), Fondazione Morra Greco (Napoli). Nel contesto di una generale ridefinizione delle politiche culturali, anche in Italia si assiste oggi a un proliferare di progetti e soggetti indipendenti, auto-organizzati e finanziati al confine tra pubblico e privato; dopo un primo soggiorno preparatorio a Roma, il duo sosterà in una serie di residenze d’artista per indagare il sistema dell’arte italiano nel suo complesso. I risultati della ricerca convergeranno infine nella pubblicazione del numero monografico The Italian Issue della rivista Fucking Good Art, al cui interno il duo raccoglie di volta in volta gli esiti delle proprie ricognizioni geografiche e culturali.

La collezione Stefano e Raffaella Sciarretta

Prendendo avvio dalla pop art italiana, nei primi anni Novanta Stefano e Raffaella Sciarretta costituiscono il primo nucleo della collezione oggi loro intitolata. Confrontandosi con la giovane arte nazionale prima, e affacciandosi successivamente sulle poetiche internazionali, la collezione sviluppa man mano una fisionomia eclettica, configurandosi come un work in progress capace di riunire identità, pratiche e ricerche anche molto differenti tra loro.
Tra gli artisti figurano quindi nomi ormai largamente affermatisi nel panorama internazionale: Marina Abramovic, Vanessa Beecroft, Joseph Beuys, Nan Goldin, lo scenografico Olafur Eliasson, i Young British Artists Douglas Gordon e Tracy Emin, l’impegnato Alfredo Jaar e moltissimi altri. Prima ancora di espandersi in una fondazione, però, prerogativa della collezione è stata quella di promuovere e sostenere gli autori che entrano a farne parte, motivo per cui numerosi giovani talenti sono andati ad aggiungersi al novero, da un Matteo Basilé già consacrato dalla Biennale di Venezia del 2009 a Daniele Puppi, Diego Perrone, Deborah Ligorio.
Nonostante l’apparente eterogenia, comunque, il complesso di opere viene portato a una sintesi attraverso un’accurata selezione, che tende a privilegiare lavori a forte matrice sociale: la meta-opera in cui si trasforma la collezione costituisce un’aspra critica ad alcuni aspetti del nostro tempo, dalla dittatura dell’economia allo sfruttamento dei popoli.


Il lavoro di ricerca concretizzatosi nella collezione è stato ampiamente riconosciuto dalla comunità, dal momento che si contano diversi casi di prestiti a istituzioni museali anche rinomate. Basti pensare  che, nella già citata Biennale del 2009, è stata esposta l’opera Human Being di Pascale Marthine Tayou del 2007, mentre una contemporanea opera di Loris Cecchini, Stage evidence (Chinese relief), ha fatto parte della monografica del 2009 nel Centro per l’arte contemporanea Luigi Pecci di Prato.

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Articolo pubblicato sul numero 6 di Arte Shop Magazine. Courtesy of Action Group Editore.

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