27.Feb.11

“La vita agra” di Luciano Bianciardi (1962)

Un libro che dovrebbe rientrare di diritto nei programmi delle scuole medie superiori. Che, in tempi di entusiasmi non ancora sospetti, ha prefigurato tutta una serie di temi che stanno progressivamente prendendo piede nella nostra società: il precariato, lo sfruttamento del lavoro intellettuale, la crisi economica e di idee. Perché ancora ci rifiutiamo di preparare i più giovani alla realtà che li aspetta? Perché ancora fingiamo che la questione non ci riguardi: esattamente quanto rilevato dallo stesso Bianciardi nel 1962, in questo stralcio che riporto del suo romanzo-manifesto.

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La difficoltà di vivere, allora come oggi, in una metropoli parassita che cresce a discapito di molti dei suoi abitanti. Sono gli anni del boom, ma a scoppiare non è solo l’economia; perché il consumismo qualcosa (o qualcuno) dovrà pur consumarlo: è allora tutta un’erosione inesorabile di valori rivoluzionari, garanzie sociali, fino a intaccare l’umanità stessa dell’individuo.
Il linguaggio volutamente polimorfo di Bianciardi, rifiuto letterario al mito della funzionalità industrial-imprenditoriale, raggiunge un’immediatezza cinematografica quando mostra il riflesso del grigiore metropolitano sui volti di chi si specchia nelle pozzanghere della città eternamente bigia; siano gli operai giunti all’alba col treno, le segretarie impalate in attesa del tram o le facce spente che si colgono in infilata tutte uguali, una volta saliti a bordo.

Lo stesso vitalismo socialmente orientato del protagonista finisce per retrocedere, fino a segregarsi in un ambito privato, clandestino com’è la sua relazione con Anna. Di fatto egli fallisce nella sua missione riformista e di denuncia dal momento in cui prova a condurla internamente al sistema, quando forse l’unica strategia perseguibile per smantellare il meccanismo è rifiutarsi di farne parte integrante; e costituire piuttosto delle “isole” di dissidenti, che man mano accolgano i vari lavoratori “pentiti”.
Quando questi si accorgeranno che, invece di nutrirsi dei frutti del proprio lavoro, è il lavoro che si sta nutrendo dei loro migliori anni.

A distanza di cinquant’anni, mi chiedo appunto quando mai ce ne accorgeremo.

Lo so, direte che questa è la storia di una nevrosi, la cartella clinica di un’ostrica malata che però non riesce nemmeno a fabbricare la perla. Direte che se finora non mi hanno mangiato le formiche, di che mi lagno, perché vado chiacchierando?
È vero, di mio ci aggiungo che questa è a dire parecchio una storia mediana e mediocre, che tutto sommato io non me la passo peggio di tanti altri che gonfiano e stanno zitti. Eppure proprio perché mediocre a me sembra che valeva la pena di raccontarla. Proprio perché questa storia è intessuta di sentimenti e di fatti già inquadrati dagli studiosi, dagli storici sociologi economisti, entro un fenomeno individuato, preciso ed etichettato. Cioè il miracolo italiano.
Un ubriaco muore di sabato battendo la testa sul marciapiede e la gente che passa appena si scansa per non pestarlo. Il tuo prossimo ti cerca soltanto se e fino a quando hai qualcosa da pagare. Suonano alla porta e già sai che sono lì per chiedere, per togliere. Il padrone ti butta via a calci nel culo, e questo è giusto, va bene, perché i padroni sono così, devono essere così; ma poi vedi quelli come te ridursi a gusci opachi, farsi fretta per scordare, pensare soltanto meno male che non è toccato a me, e teniamoci alla larga perché questo ormai puzza di cadavere, e ci si potrebbe contaminare. Persone che conoscevi si uccidono, altre persone che conosci restano vive, ma fingono che non sia successo niente, fingono di non sapere che non era per niente una vocazione, un vizio assurdo, e che la colpa è stata di tutti noi. Fai testamento, ci scrivi chi vuoi a seguire il tuo carro, come vuoi il trasporto, ti raccomandi che non ti facciano spirare negli scantinati, ma poi, a ripensarci, vedi che quest’ultima tua volontà è fatta soltanto di rancore beffardo. Poiché l’impresa non era abbastanza redditizia, pur di chiuderla hanno ammazzato quarantatre amici tuoi, e chi li ha ammazzati oggi aumenta i dividendi e apre a sinistra.
Tutti questi sono i sintomi, visti al negativo, di un fenomeno che i più chiamano miracoloso, scordando, pare, che i miracoli veri sono quando si moltiplicano pani e pesci e pile di vino, e la gente mangia gratis tutta insieme, e beve (il fatto fu uno solo, anche se il dottor Giovanni scinde e sposta la storia del vino nella località di Cana). […]
I miracoli veri sono sempre stati questi. E invece ora sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi.È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività meda e la media oraria al giro d’Italia.
Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti. E quelli che lo negano propongono però anche loro di fare aumentare, e non a chiacchiere, le medie; il prelievo fiscale medio, la scuola media e i ceti medi. Fanno insorgere bisogni mai sentiti prima. Chi non ha l’automobile l’avrà, e poi ne daremo due per famiglia, e poi una a testa, daremo anche un televisore a ciascuno, due televisori, due frigoriferi, […]
A tutti, purché tutti lavorino, purché siano pronti a scarpinare, a fare polvere, a pestarsi i piedi, a tafanarsi l’un con l’altro dalla mattina alla sera.
Io mi oppongo.

Luciano Bianciardi, La vita agra, 1962.
L’estratto è tratto da pag. 156 e segg. dell’edizione Bompiani (Tascabili), che – al 2013 – pare sia fuori catalogo.
In commercio dovrebbe esserci invece questa: Luciano Bianciardi, La vita agra, Feltrinelli (Universale Economica), 2013

Consiglio per l’ascolto. Ovviamente:

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