Se la fantascienza è un genere, non per questo produce necessariamente opere “di genere”, come si definiscono quei prodotti che per amor del grande pubblico non contraddicono il canone.
Lafferty, da quel poco che sono venuta a sapere di lui, è in effetti un autore di difficile inquadramento. Questo romanzo è visionario, ancor più che per la storia, per le modalità della narrazione: esoterica, mi viene da dire, dal momento che si fonda sull’onnipresenza del non esternato, di ciò che rimane segreto ma non per questo estraneo al racconto, anzi lo permea a tal punto da divenirne il soggetto principale. Non si può dire, forse, figurarsi spiegare, eppure si percepisce.
Lafferty gioca la partita sulla linea di confine tra il sottinteso e il vuoto, tra stratificazione del senso e sua mera assenza, magistralmente rimanendo sempre ancorato all’estremo della polivalenza semantica, saldo in una fede quasi mistica nel fatto che i libri abbiano qualcosa da raccontare, per quanto non riesca a stare confinato nelle loro pagine.
Tant’è, più che avere la sensazione di aver letto una storia di fantascienza, infine mi sono trovata a riflettere sulla natura dell’uomo, la sua colpa adamitica di peccatore e la ricerca del riscatto, semmai la redenzione gli è stata negata.
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