07.Nov.10

Pendolarismo creativo / 3 – I nonluoghi

La logica delle funzioni complesse pare sempre più estranea alle menti dei progettisti di spazi e infrastrutture pubbliche. Parlo per Milano e il suo hinterland, naturalmente, e ovviamente da pendolare incazzato. Ma le stazioni di Milano Centrale e Porta Garibaldi recentemente ristrutturate, o quella di Rho Fiera costruita ex novo, sembrano essere state costruite apposta per darmi ragione. (Senza con ciò placare in alcun modo la mia ira.)

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Quando si descrive un edificio, in genere si incappa sempre in una parte non rilevante per l’estetica del progetto che pure viene puntualmente citata: quella costituita dai cosiddetti servizi. Vale a dire, se una residenza è per definizione un riparo, non per questo il progettista trascurerà che l’evoluzione delle abitudini umane ha dotato l’originario “tetto sulla testa e quattro pareti intorno” di ulteriori finalità. Io in casa mia voglio potermi nutrire e lavare, per esempio.
La logica delle funzioni complesse pare invece sempre più estranea alle menti dei progettisti di spazi e infrastrutture pubbliche. Parlo per Milano e il suo hinterland, naturalmente, e ovviamente da pendolare incazzato. Ma le stazioni di Milano Centrale e Porta Garibaldi recentemente ristrutturate, o quella di Rho Fiera costruita ex novo, sembrano essere state costruite apposta per darmi ragione. (Senza con ciò placare in alcun modo la mia ira.)

Ora, è vero che stazioni, fermate metropolitane e aeroporti sono nonluoghi per eccellenza; talmente legati alla loro peculiare destinazione d’uso da entrare in conflitto con quanto, per diversi secoli, ha contraddistinto lo statuto dell’architettura, la sua condizione stanziale e geo-identitaria. Invece di marcare il territorio in modo inequivocabile, la tipologia di strutture qui discussa serve a organizzare i flussi di transito: per paradosso, se è massimamente funzionale, gli utenti la utilizzano il meno possibile, perché vengono indirizzati agevolmente verso la meta definitiva.
Estremizzando questa logica, la maggior parte delle infrastrutture a Milano non si fa perciò carico di tutte le mie funzioni vitali, considerando piuttosto che a breve termine raggiungerò un altro luogo a esse preposto. Peccato che il sistema non funzioni proprio in questi termini. La semplificazione in certi casi è una violenza arbitraria esercitata sulla complessità del reale e basta poco a dimostrarlo, giusto scrivere in modo volutamente semplicistico.

Le gambe di Caterina hanno depositato la sua massa corporea un’ora fa alla stazione di Rho Fiera, ma accidentalmente essa è giunta troppo tardi perché i suoi arti locomotori potessero prontamente sollevarla sul treno diretto a Torino. Caterina percepisce l’incombere dell’attesa, allora si siede su una delle poche panchine disponibili sul binario ma il fluente design delle suddette non basta a farle dimenticare che il metallo è ghiacciato.
Visto che non vive nel mondo millesimale dei progettisti (o di Zurigo), bensì sotto l’autarchia arrogante della (non) gestione dei trasporti pubblici italiana, Caterina sa che la seguente coincidenza non arriverà in una manciata di minuti; peccato che la dimensione ingegneristica di questa stazione non contempli la sosta, quindi non ci siano sale d’attesa.
E neanche bagni pubblici, se è per questo, dal momento che nessuno ha pensato a Caterina diversamente che a un paio di piedi in movimento. (Caterina ha visto il corridoio sotterraneo di collegamento tra i binari allagato e inagibile già a un paio di mesi dalla sua apertura, per cui si chiede proprio se qualcuno abbia pensato a qualcosa.)
Caterina si ricorda delle toilette gratuite di Parigi, ripensa nostalgicamente persino a quelle sugli Champs-Élysées, igienizzate da far invidia a certi hotel di Milano da ottanta euro a notte. Perché a Milano invece, se Caterina vuole stare al caldo o soddisfare una qualunque delle altre sue umanissime esigenze, deve quantomeno pagare un caffè.
Come succede in Stazione Centrale a Milano; dove questa primavera in cui gli stranieri erano accampati lungo i binari, rimasti bloccati dall’eruzione del vulcano islandese nella città del Salone del Mobile, Caterina ha supportato un distinto signore francese in rivolta, che ha deciso di far scavalcare i tornelli dei bagni pubblici al suo bambino: in perfetto italiano dava degli incivili agli italiani che, non soltanto erano incapaci di supportarli nell’emergenza, ma esigevano ancora un euro a pipì.
In effetti, anche in questo caso Caterina ha pagato un biglietto a Trenitalia, se fosse arrivata in metropolitana l’avrebbe versato all’ATM, se non fosse qui per caso pagherebbe in più il biglietto di ingresso alla Fiera: possibile che neppure un servizio accessorio sia compreso nel prezzo?
Ma si sa che in zona già il nudo suolo calpestabile ha costi esorbitanti, no? Sarà per questo che molti degli spazi commerciali delle stazioni di Milano Centrale e Porta Garibaldi, così faticosamente ricavati a scapito dei servizi pubblici, sono o restano spesso sfitti. Resta da capire per chi risulti un affarone, allora, questa nuova prassi progettuale.
Operando una sintesi brutale, Caterina ha l’impressione che gli spazi metropolitani ospitino esclusivamente due funzioni, la produzione di denaro e il suo consumo, che a essere cinici fino in fondo si riducono a una sola: lo sfruttamento dell’individuo per il sostentamento del sistema.
E, per quanto si sforzi di non cadere in una retorica proto-marxista pensando alle eccezioni che di sicuro esistono, Caterina pensa che anche gli ambienti culturali stiano architettonicamente scendendo la stessa china, con il loro proliferare di bookshop, café, bistrot aggregati agli spazi espositivi; si rifanno al concetto di centro polifunzionale ma, facendo le debite proporzioni tra le varie metrature, la deriva commerciale della destinazione d’uso diventa una questione statistica, non un’opinione.

Partendo dal presupposto che certi spazi fossero erroneamente concepiti, perché volti all’assolvimento di una sola funzione, mi trovo mio malgrado a sospettare di essere io stessa, al contrario, una funzione del complesso (costruttivo e in ultima analisi sociale, se si crede ancora in quell’ideale per cui la progettazione rispecchia e influisce la qualità della vita).
Questa riflessione mi aiuta a comprendere meglio, oggi, la tanto decantata poetica dei nonluoghi. Perché così tanti artisti vi insistono, si chiede spesso il grande pubblico. E gli si può dare ragione, perché diciamocelo: nella realtà sono così desolanti che di lirico ci si trova ben poco. Sono proprio brutti, ecco, di una bruttezza alienante. Ma appunto in questo aggettivo si trova il senso di una ricerca artistica che non è una questione estetica; è un’interrogazione morale, che utilizza il nonluogo come riflesso della concezione funzionale che la società ha dell’individuo. La cui complessità viene frammentata e risolta in definizioni elementari, sicché l’uomo diventa di volta in volta cliente, utente, lettore, viaggiatore, pendolare… e smette di sentirsi trattato da individuo.

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