16.Dic.08

LIUC, architettura tra memoria e arte contemporanea

Ammettiamolo: questo è drammaticamente un articolo “art for dummies”. Nonostante abbia dovuto semplificare la teoria architettonica di Aldo Rossi a colpi d’accetta, mi sembra però di non averla tradita nei principi ispiratori. Almeno, stando a […]

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Ammettiamolo: questo è drammaticamente un articolo “art for dummies”. Nonostante abbia dovuto semplificare la teoria architettonica di Aldo Rossi a colpi d’accetta, mi sembra però di non averla tradita nei principi ispiratori. Almeno, stando a quanto ne ho capito dalle sessioni di studio nell’adorata Biblioteca d’Arte di Milano, credo di essermi tenuta in bilico sul discrimine tra semplificazione e simplicismo. Ben accette le critiche, fatti salvi i (drammatici, lo ribadisco) presupposti!

Pochi sanno che Castellanza può vantare, tra i suoi edifici, un complesso che è una vera opera d’arte: l’Università Carlo Cattaneo porta difatti la firma di Aldo Rossi, uno dei massimi Maestri dell’architettura nel Novecento.

Era il 1989, quando il progetto del Libero Istituto Universitario “Carlo Cattaneo” venne affidato a nientemeno che Aldo Rossi, la cui fama di architetto si era ormai affermata a livello mondiale. L’incarico non poteva essere destinato che a lui, tra i primi italiani ad aver riflettuto sull’intimo rapporto che si instaura, all’interno di una città, tra gli edifici del passato e le esigenze di costruire per una società diversa, che nelle nuove forme ha bisogno anche di immaginare la propria identità futura. L’architettura è difatti l’arte che lascia le tracce più profonde, perché viene pensata per essere utilizzata nel tempo: letteralmente, si costruisce oggi immaginando come, in quell’edificio, potranno vivere e sentirsi gli abitanti di domani. Quantomeno, è con questa concezione che le migliori opere sono state erette, riuscendo ad adattarsi ai cambiamenti d’uso.

Si pensi allora che la LIUC nasce nella Valle Olona, area fortemente caratterizzata dalla massica presenza di industrie, tessili e non, che vi si insediarono già a metà Ottocento; in seguito alla crisi produttiva negli anni ‘60/70 del Ventesimo secolo, la quasi totalità di quelle imponenti costruzioni in mattone rosso vennero poi abbandonate a sé stesse.
Cosa fare di questo “muro di fabbriche dentro il fosso dell’Olona”, già se lo chiedeva il professore di Urbanistica Enzo Cerutti, che nel 1978 ipotizzò di riportare l’alveo del fiume alla vivibilità, recuperando l’area paesaggistica dal degrado dello sfruttamento industriale.

L’esempio concreto l’ha dato appunto Aldo Rossi, con la semplicità che è propria solo del genio, quando ha riconvertito l’ex Cotonificio Cantoni nella prestigiosa sede di un istituto d’eccellenza. “Il progetto si propone di valorizzare questa parte di città integrandola con il resto degli elementi urbani, pensando specificatamente al ruolo pubblico e civico che è proprio dell’università. A questo tema generale si aggiungono due problemi particolari: il primo è l’integrazione dell’area di progetto (finora alienata dal resto) con il tessuto urbano esistente; il secondo è la reintepretazione degli edifici industriali che vengono mantenuti e nel contempo ridefiniti per nuove funzioni. Il progetto è quindi nelle sue linee principali un progetto di restauro e conservazione, anche se in realtà costruisce una nuova architettura con le alterazioni che si compiono nel disegno generale.”
L’architetto ha individuato dunque una serie di problematiche, prima tra tutte la rivalutazione della Valle Olona da un punto di vista urbanistico: a tal fine, Aldo Rossi ha utilizzato il tema del parco (a monte e a valle dell’Università) come elemento unificante, aprendo al pubblico gli spazi di Villa Jucker e collegandoli all’altra area verde, tramite il sottopasso che attraversa corso Matteotti; infine, con una rivisitazione architettonica ha evidenziato la funzione di collegamento operata da piazza Soldini, ponte diretto tra centro e Università che simboleggia la ritrovata unità delle varie parti storiche di Castellanza.

Nonostante le accese polemiche che la sua opera ha spesso suscitato, Aldo Rossi ha avuto il coraggio di sfatare il mito dell’architettura sottomessa alla mera funzione, retaggio di un Movimento Moderno ormai in crisi, per ritrovare coraggiosamente la carica simbolica dell’atto costruttivo: l’edificio si fa Monumento, con la sua forma che diviene riferimento tangibile a vite passate e istanze future.
Il Maestro riesce a ricostituire l’unità ricorrendo agli elementi fondamentali (il cilindro-colonna e il triangolo-timpano che ritornano costanti), convinto che l’architettura abbia una sua logica naturale ed eterna, fatta di purezza e semplicità, non arbitraria semplificazione. Il “rigore pacato di questa ricerca antica” si avverte direttamente coi sensi, se solo si attraversa il sottilissimo architrave all’ingresso del cortile: una soglia simbolica, appena disegnata tra le due torri (monumentali, è il caso di dirlo), a ricordare che si sta entrando in un’area aperta alla comunità eppure a sé stante, in quanto luogo che custodisce il Sapere.

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