01.Mag.08

Levità del rumore, densità del silenzio – Spazio Oberdan, Milano

Artisti e poeti chiamati ad esprimersi in sinergia, sfruttando le superfici e gli spazi per diffondere non solo immagini ma anche sensazioni altre, suoni reali ed immaginari. Non solo Futurismo. E’ frequente che le mostre […]

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Artisti e poeti chiamati ad esprimersi in sinergia, sfruttando le superfici e gli spazi per diffondere non solo immagini ma anche sensazioni altre, suoni reali ed immaginari. Non solo Futurismo.

E’ frequente che le mostre collettive di arte contemporanea presentino un difetto fastidioso, l’incapacità di coordinare una moltitudine di opere interattive e sinestetiche, luci e suoni che si fondono e confondono, negando allo spettatore la possibilità di discernere un messaggio dall’altro. Forza e debolezza di un’arte che non sta più dietro una cornice, ma è il cuore stesso di un’utopia di vita messa in atto. E’ stata quindi una piacevole sorpresa, questa rassegna organizzata da Giacinto di Pietrantonio e Gwy Mandelinck presso lo Spazio Oberdan: se il titolo lasciava presagire una roboante collezione di sensazioni caotiche, la mostra si muove fluidamente tra rumori suoni silenzi, fisicità ed dimensione mentale.

D’altronde, Rumore: un buco nel silenzio è costituita dal meglio dell’esibizione che i curatori hanno presentato nell’estate del 2007 a Watou, nelle Fiandre, in occasione della ventennale rassegna Estate in Poesia, e che la stampa belga ha giudicato non a caso la migliore dell’anno. Un esperimento molto riuscito, dunque, quello di illustrare il verso dell’olandese Faverey (“Un buco nel silenzio: noise”) attraverso tutte le manifestazioni della sonorità, comprese quelle che la negano e chiamano in causa il silenzio stesso, attribuendogli una comunicatività nuova, densa, pulsante. Non significa che il predominio resti al visivo, seppure molte opere passino essenzialmente dagli occhi; allo stesso modo in cui le poesie, seppure scritte, sono suoni in potenza che risuonano nella mente, così molte opere permettono di tramutare un senso in un altro, intuire una comunicazione virtuale in assenza reale dello stimolo corrispondente.

Gli esempi sono molteplici, a volte provenienti da ambiti insospettabili. Se ci si aspetta da Bill Viola un uso parco e dilatato del suono, in sintonia con le sue immagini sgranate ed i suoi tempi straniti che fanno perdere la cognizione dell’hic et nunc reale, è invece sorprendente il silenzio delle opere del gruppo Fluxus, da quegli agitatori che erano. Yoko Ono rinuncia al suono mettendo in mostra una glass harmonica esistenziale, tanti personaggi del tempo e dello spazio che si riuniscono in forza della loro componente basilare, l’acqua fonte di vita, l’elemento onnipresente che compone il tiranno quando il poeta, la rock star ed il politico; l’acqua che risuona dentro di noi e ci unisce, simbolo del flusso incessante della vita. Più conflittuale il raccoglimento realizzato da John Cage, che dopo il pianoforte preparato arriva a negare il senso stesso dello strumento, capovolgendolo ed appoggiandolo su innumerevoli strati di feltro morbido: please play, prova a suonarlo chiede l’autore; ma si può solo immaginare il suono, risucchiato com’è in quella sorta di nido materno rappresentato dal tessuto morbido, soglia prima della quale non c’è autoaffermazione che possa valere.

Altre volte, il suono si arriva quasi a sentirlo. Anche se non c’è, viene distintamente evocato. Le mani racchiuse nei nove schermi di Melik Ohanian sbattono tra loro, si sfregano e contorcono, o semplicemente si offrono inermi alla contemplazione; ma proprio quel silenzio, a fronte di tanto moto, è sintomatico di un’impotenza, di uno straniamento dalla propria identità che incute terrore. Altrettanto mentale eppure più ironica la visione dei Cento Re di Diego Perrone, monarchi che l’autore ha forzato al sorriso, liberandoli del cliché dell’austerità imposta ed imponendo loro un’ineffabile ritocco digitale; è significativo che le immagini siano solo novantanove, forse a significare che il centesimo sorriso reale è il nostro, che abbiamo la possibilità addirittura di ridere.

Siamo nel regno del rumore aggressivo e baldanzoso invece quando entriamo nella saletta dedicata a Lara Favaretto, la cui risata echeggia stavolta pienamente rotonda attorno a noi, come già aveva fatto la risata di De Dominicis alla Galleria Sargentini di Roma, come già ridevano gli anarchici di fine Ottocento in faccia alle istituzioni sclerotizzate. Suono come liberazione, come invito a non irrigidirsi nella serietà di una posizione ideologica, persino quella della stessa arte.

Una liberazione contro l’ideologia è proprio quella che rivendica Jimmie Durham prendendo a sassate il frigorifero in mezzo al cortile; la ribellione contro il capitalismo, o più semplicemente la forza bruta ed istintuale che si prende una rivincita sulla funzionalità ed il razionalismo. Le cose marciscono, è nella loro natura.

La natura è un altro elemento di forte presenza all’interno della rassegna, con l’ansiogeno confronto tra cervo e lupo di Mircea Cantor che crea un silenzio tesissimo, un equilibrio precario in cui è in gioco la vita stessa dei partecipanti; una versione più surreale eppure realmente accaduta è invece la storica performance di Joseph Beuys alla galleria Renè Block di New York, dove l’artista sciamano si rinchiuse per tre giorni in compagnia di un coyote, riuscendo ad instaurare col tempo ed una silenziosa comunicazione un rapporto di sintonia, che si potrebbe quasi definire amichevole.

E’ con questa immagine che vogliamo riassumere la rassegna, all’insegna della speranza che l’arte possa trovare dimensioni nuove ed inedite, per riassumere elementi contrastanti e sensazioni differenti in un unico linguaggio che investa la vita stessa.

Rumore: un buco nel silenzio

fino al 25 maggio 2008

Spazio Oberdan, viale Vittorio Veneto 2, Milano

tutti i giorni tranne il lunedì: 10-19:30, martedì e giovedì fino alle 22:00

biglietto: intero euro 6,20 – ridotto euro 4,1o; ingresso libero il primo martedì del mese

curatori: Giacinto di Peitrantonio, Gwy Manderlinck

catalogo: Electa

ufficio stampa: Provincia di Milano/Cultura

informazioni: 02/77406300

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