01.Nov.10

Afro – Galleria Mazzoleni (Torino)

La mostra dedicata al più celebre dei tre fratelli Basaldella inaugura la stagione autunnale della Galleria Mazzoleni Arte Moderna: circa cinquanta opere riassumono il percorso artistico di Afro a partire dagli anni Cinquanta, quando il suo stile pittorico trova maturità e affermazione nell’orientamento tutto italiano verso un astrattismo concreto, che rinfonda la realtà a partire dall’elemento sensoriale.

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La Galleria Mazzoleni ha già dimostrato in passato una particolare predilezione per il lavoro di Afro Basaldella: nel calendario espositivo dello spazio torinese si ricordano due personali (nel 1989 e nel 2001) e la mostra collettiva del 2006 con Burri e Fontana, selezionata all’interno del programma Olimpiadi della Cultura in occasione della XX edizione dei Giochi Olimpici Invernali.

A conferma di un rapporto decennale, la galleria ha scelto proprio Afro per dare inizio alla stagione dell’autunno 2010, inaugurata il 9 ottobre con una mostra curata da Luca Beatrice, autore inoltre del testo critico in catalogo. Il curatore del Padiglione Italia all’ultima Biennale e l’artista che Venezia, nel 1956, celebra come miglior pittore italiano: è un significativo connubio d’intenti e inclinazioni, quello creato all’interno della galleria.

Nella sua analisi della carriera artistica di Afro, l’esposizione prende l’abbrivo proprio dalle opere degli anni Cinquanta, il decennio in cui l’artista afferma con fulminante rapidità la sua presenza sulla scena internazionale e, con lui, quella di un nuovo linguaggio artistico, testé elaborato. Le cinquanta opere selezionate per la mostra, tra tele a olio e tecnica mista e disegni su carta, di grandi e medie dimensioni, passano in rassegna le tappe evolutive di un linguaggio pittorico caratterizzato dall’elemento materico, dalla concreta presenza di luce e colore sul supporto, che nel corso dei venti anni di attività di Afro vanno assumendo aspetti sempre più intuitivi, emozionali.

Ben diversa è la posizione da cui parte l’artista per la sua ricerca che, dopo una fase iniziale figurativa, nell’immediato dopoguerra s’ispira decisamente al postcubismo francese, come è evidente guardando a Il Fagotto, opera del 1950. Se Afro punta dritto all’astrattismo, è pur vero che non gli si addice una sintassi rigida, dalla quale difatti si libera progressivamente, in questo aiutato da un soggiorno negli Stati Uniti che lo porta a diretto contatto con l’Action Painting. Più che il furore gestuale di una certa frangia, ad attrarre Afro sarà in particolare il più delicato versante lirico, rappresentato da Gorky e Willem de Kooning. Del primo, “intrepido ed emotivo”, Basaldella dice che gli ha “insegnato a cercare la verità senza esitazioni formaliste”, mentre con de Kooning arriva a stringere un rapporto di amicizia, ospitandolo nel proprio atelier quando soggiorna in Italia nel 1959.

Lo spirito tutto italiano di Afro è rintracciabile in questo rifiuto dell’astrattismo per sé: quello geometrico che costituisce una nuova realtà cui fare esclusivo riferimento, ma pure la pittura segnica, l’informale da questo lato dell’oceano e l’astrazione gestuale dall’altro. Sarà Lionello Venturi a dare voce all’istanza nazionale della ricerca di un nuovo linguaggio; astratto, sì, ma non opposto al reale:

Se nel loro arabesco l’immagine di una barca o di un qualsiasi altro oggetto della realtà può essere inclusa, non si privano dell’arricchimento che quell’oggetto può dare alla loro espressione. Se essi sentono il piacere di una materia preziosa, di un accordo lirico di colore, di un effetto di tono, non vi rinunziano. Non sono dei puritani in arte, come gli astrattisti: accettano l’ispirazione da qualsiasi occasione e non si sognano di negarla.

Siamo nel 1952, Afro prende parte all’esperienza del Gruppo degli Otto raccolto attorno al critico, che cerca di accomunare i diversi temperamenti artistici nella definizione di una poetica astratta-concreta dove l’immagine, seppure non rappresenta la realtà, non rinuncia ad assumere una valenza reale. Il nuovo codice linguistico non esclude il mondo, lo rifonda; da qui, l’importanza attribuita alla sintassi della pittura, le cui ricchezze cromatiche e tattili hanno il compito di concretizzare una dimensione altra, rispetto alla figurazione come alla matematica.

Prendendo a suo modo le distanze dal neoplasticismo di Mondrian, Afro finisce per incontrare Klee, la percezione trasfigurata dalla memoria e la campitura colorata che la simbolizza, sulla quale nessun segno è più abbastanza forte per affermarsi. Si prenda il Ragazzo con il toro del 1954, dove l’identità delle figure è già indebolita, si stempera nei campi cromatici, ampi nello spazio come nel tempo. Già la linea non è più che il ricordo del gesto che l’ha tracciata; ma non dà luogo a un’assenza, confluendo piuttosto in una presenza creata ex novo: l’universo sensoriale del quadro.
Scioltosi il Gruppo degli Otto, Afro persegue nella sua ricerca, forte della progressiva affermazione in patria e all’estero. Dopo il 1954 seguono gli anni delle esposizioni a New York e alla Biennale di Venezia, dell’insegnamento in California e della realizzazione de The Garden of Hope presso la sede parigina dell’UNESCO. A metà dei Sessanta, sostiene Caramel, se una qualche tensione tra segno e supporto era in precedenza latente, si assiste al suo allentamento progressivo: “Afro rallenta l’energia del gesto, organizza la materia in campiture librate in una sospensione nostalgica, come carica di valenze evocative, immersa in toni uniformi, da cui affiorano leggeri sommovimenti”. Scomparso il segno, sopraggiungeranno tarsie luminose e cromie squillanti, sotto il segno di una vitalità artistica che solo la scomparsa dell’artista nel 1976 può arrestare.

Il Gruppo degli Otto

Già gli anni Quaranta vige in Italia un clima di particolare fermento per le arti visive. Due sono le tendenze predominanti: il neorealismo del Fronte Nuovo delle Arti e una tendenza astrattista, che culminerà nella scissione di otto artisti dal suddetto movimento, dopo che questo non era riuscito a mediare a sufficienza con le loro istanze. Nel 1952, otto pittori non figurativi italiani (Renato Birolli, Antonio Corpora, Mattia Moreni, Ennio Morlotti, Giuseppe Santomaso, Giulio Turcato, Emilio Vedova e infine Afro Basaldella, l’unico che non aveva aderito al Fronte) costituiscono il cosiddetto Gruppo degli Otto, raccolto attorno al critico Lionello Venturi. Con un saggio critico, questi presenta gli artisti alla Biennale dello stesso anno, dicendo che “essi non sono e non vogliono essere degli astrattisti; essi non sono e non vogliono essere dei realisti; si propongono di uscire da questa antinomia”.
Se il movimento ebbe vita breve, sciogliendosi già nel 1954, mantiene inalterata la sua importanza storica nel processo di avvicinamento dell’Italia alle correnti astratte internazionali, a partire dal neoplasticismo De Stijl e l’espressionismo astratto americano, delle quali non vengono però accolti l’idealismo metafisico e l’irrazionalità del gesto, troppo distanti dalle origine culturali del Gruppo.

La mostra

Titolo Afro
Curatore
Luca Beatrice
Sede
Galleria Mazzoleni, Palazzo Panizza – Piazza Solferino 2 – Torino
Durata
9 ottobre 2010 – 15 gennaio 2011
Orario
da martedì a sabato 10.00/13.00 – 16.00/19.30; domenica su    appuntamento, chiuso il lunedì
Ingresso
libero
Catalogo
Mazzoleni Galleria d’Arte
Informazioni al pubblico e Ufficio Stampa

Mazzoleni Galleria d’Arte
Tel. +39.011.534473  Fax +39.011.5113301
www.mazzoleniarte.it
E-mail: info@mazzoleniarte.it

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