09.Ott.10

Franko B: “I still love (in times of pain)” – Performance e mostra al Pac (Milano)

In occasione della Sesta Giornata del Contemporaneo, il Pac (Padiglione di Arte Contemporanea) ha inaugurato stasera la prima retrospettiva, all’interno di un’istituzione italiana, dedicata al performer italo-londinese Franko B. Prima che la mostra aprisse ufficialmente i battenti al pubblico, io ero già al suo interno: ad assistere alla “privatissima” (per accessibilità) performance dell’artista. Vi racconto, così a caldo, com’è andata…

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(Epilogo) Junk food. Ancora. La stazione Cadorna a Milano, tanto per cambiare. Deserta però, come sa essere solo il ritrovo dei pendolari al sabato sera. Allora com’è che è tutto diverso? Che non mi permette di passare sotto questi binari di neon con la stessa meccanicità che regola gli spazi. Che m’impone di pensare, scrivere, trovare parole per esprimere questo sentire indicibile… che pure è straripante.
Che dovrei pensare, sì, ma per scrivere piuttosto di una Signora Nessuno dell’arte; che io sto alla comunicazione come un muratore all’architettura, infatti mi hanno detto di tirar su un bel muro di quattromila battute per tappare un enorme vuoto concettuale. Ma non ci riesco, anzi proprio non voglio. Perché stasera qualcosa da dire ce l’avrei davvero, ed è altro, c’è molto troppo altro.

I still love. La mostra. Love in times of pain, la performance di Franko B cui ho fortunatamente assistito stasera. Il messaggio; e dell’esibizione e della frase in sé. Mi verrebbe da dire: I still feel, perché cos’altro è l’amore se non il più forte sentire, o la più importante spinta motivazionale a farlo; percepirsi o percepire l’altro, ma come se fosse ancora una nostra estensione.
Franko B utilizza il primo tramite, se non l’unico in ultima analisi, di cui dispone l’uomo per stabilire un contatto con l’altro: il corpo, il suo corpo inciso e tatuato dalle esperienze passate; che viene sbiancato o al contrario brunito, perché possa accollarsi addosso altri segni, nuove tracce di un’esistenza che passa. Perché in questo corpo ci marcisco, dice il “presentatore” della performance (nero anche lui) – perché mi si ammala a tradimento nella settimana lavorativa più intensa, aggiungo io – ma resta pur sempre la più grande delle utopie: se non posso uscirne, volente o nolente è con esso che mi lancio nella vita.
E forse l’ambizione dell’arte dal dopoguerra è sempre più quella di un vivere di più; più che fissare la vita per l’eternità, estendere a dismisura la percezione del momento, il famoso hic et nunc con cui al Liceo ti fanno una testa così.

So I still love, tempo presente che non vuole saperne di passare. Tra la techno e la ketamina, tra il succhiare e il piangere, tra i padri e i burocrati: Franko B resta Intoccabile (dal nome che assume in mostra questo suo diario condensato appeso a parete, da cui ho appena tratto qualche elemento a memoria). Come un Dio, o come un paria. Invito a una percezione comunque altra, rispetto alla convenzione anestetizzante.
Una rivelazione attesa o alle volte scomoda. Perché non è così pacifico che il contatto sia privo di conseguenze per chi si trova all’altra estremità: chi è convinto di essere spettatore e invece è attore, se non complice.
Perché amare è un verbo transitivo.
E difatti, le performance di Franko B possono essere l’atto d’amore generoso con cui il pallido alieno (a ogni pudore umano) si lascia “trattare” dal visitatore di turno, provvisto di apposito talloncino per disporre del performer vis à vis; allora lui ti si offre in una disarmante nudità, anche lo sguardo arreso a qualunque evenienza, che a volerlo lo si può anche picchiare (ma siccome lui si era già sottoposto al pestaggio degli assistenti nelle performance degli anni Novanta, qualcuno ha pensato bene all’alternativa di urinare sul pavimento).
Altre volte, l’amore non è tanto offerto quanto richiesto, e la performance diventa un atto accusatorio più o meno velato. Quante volte si dice “Ti amo” nella speranza di sentirselo dire. Alla dinamica della salvazione non è estranea la speranza di salvarsi, o di perpetrare il gesto salvifico di cui si è già beneficiato: così pensavo rivedendo in video uno stralcio dell’esibizione alla Tate Modern. Mentre davanti a me Franko B si dissanguava lungo la passerella illuminata a giorno, ancora una volta inerme sotto flash di fotografi e sguardi attenti, pensavo che no, in realtà non ce l’avrei fatta ad assistere alla performance, che poi nel mio immaginario di studentessa universitaria è assurta a leggenda; perché lì sul momento mi sarei sentita complice (dunque colpevole) del dolore che si stava infliggendo per la catarsi collettiva di cui lui, solo, si assumeva gli oneri. Ti amo così tanto da donarti tutto quello che sono, sangue vivo che tinge il mio candore. Sottotitolo: e tu cosa stai facendo della mia vita, oltre a vederla scorrere via?

Il capitolo di stasera è stata una più esplicita, forse persino didascalica, chiamata in causa degli astanti. Che forse non hanno colto ancora, venuti per assistere a un plateale atto di sottomissione esistenziale dal quale sentirsi toccati… quindi assolti dalla responsabilità di esperirlo in prima persona.
Ho sentito dire alcuni che una performance ben riuscita dovrebbe far battere il cuore, che Franko B si è infiacchito – o qualunque termine abbia utilizzato il Critico(ne) alle mie spalle, nella telefonata in cui era già impegnato a quaranta secondi dall’accensione delle luci nel Padiglione.
Confesso di essere rimasta interdetta anch’io, quando Franko B si è chiuso la porta delle quinte alle spalle. Come, tutto lì? Un Uomo Nero che accarezza prede impagliate nel catrame come lui, come se soffrissero ancora e lui potesse consolarli e consolarsi dell’accaduto; un omone che danza con un omologo orso bruno eretto sul suo carrellino rotabile.
No in effetti, c’è dell’altro.
(Innanzitutto, mi viene quasi da ridere a pensare alla recente Milano “istituzionale”, sempre più ridicolmente censoria, che si vede proporre una performance di Franko B “vecchio stile” al Pac. Ma passo oltre; come pare abbiano fatto tutti stasera, come se un’ipotesi simile sia davvero concepibile oggi.)
Due momenti due: gesti basilari, senza parole, perché una qualche barriera linguistica non venga a frapporre fraintendimenti. Franko B che appoggia la testa sul petto dell’orso e lì rimane, a cinque metri da me, così che mi riesce di vederlo concentrarsi sulla memoria di un respiro, di un battito, e sentirne io la nostalgia. E sentire poi i suoi occhi puntati addosso, il suo giudizio suonarmi chiaro in testa, mentre scorre il loggiato del Pac con passo deciso e lo stesso fa il suo sguardo con noi; noi stavolta inermi, noi sempre troppo inermi. Saremo duecento ma quegli occhi chiari che emergono dal volto bitumato riescono a inchiodarci uno a uno al nostro ruolo passivo, di osservatori impassibili di teste mozzate nel dolore e ali che non spiccheranno mai il volo.
Quando mezz’ora dopo me lo vedo affianco, giovale e ciarliero, mi rendo conto che non è così scultoreo, colossale, come mi era sembrato: non facevo che guardarlo, eppure non mi sono accorta di quanto (non) sia alto in realtà. Perché, durante la performance, lui giganteggia ancora.

“Chi ha paura dell’Uomo Nero?” scriveva su internet Giampaolo Abbondio, della galleria Pack, a qualche giorno dall’appuntamento.
Beh, io ancora un po’.

FRANKO B – Love in Times of Pain from thomas qualmann on Vimeo.

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