16.Apr.07

Enzo Cucchi, Sculture – Gamec, Bergamo

Enzo Cucchi il pittore? Non solo A distanza di decenni dall’inizio della sua carriera, affermatasi a livello internazionale, risulta sorprendente scoprire ancora aspetti poco considerati dell’attività artistica di Enzo Cucchi. Eppure è quanto è accaduto […]

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Enzo Cucchi il pittore? Non solo

A distanza di decenni dall’inizio della sua carriera, affermatasi a livello internazionale, risulta sorprendente scoprire ancora aspetti poco considerati dell’attività artistica di Enzo Cucchi. Eppure è quanto è accaduto alla sua produzione scultorea, rimasta in ombra fino all’organizzazione della mostra alla Gamec di Bergamo, non a caso fortemente voluta dall’artista stesso. E’ un atto dovuto, se si considera che l’opera di Cucchi contempla la scultura sin dagli esordi, nel 1976 alla Galleria Luigi De Ambrogi di Milano. La critica non ha mancato di riconoscere gli aggetti ed il carattere di installazione tipici di molti dipinti dell’autore, ma ci si è in qualche modo limitati a queste considerazioni marginali.

Tutt’altro che marginale è il peso delle sculture esposte nella prima sala dedicata all’artista a Bergamo. Stavolta è la pittura/disegno a fare da sfondo, con la monumentale tela Stalin che, com’è tipico della poetica personalissima di Cucchi, riprende persino un soggetto impegnato in termini ironici e onirici (la scelta dei sette galli perché in regime comunista era il limite massimo consentito per il possesso di animali, la presenza del colore blu perché con tale inchiostro Stalin amava sottolineare i suoi studi). Ma, come si è già anticipato, è uno sfondo, per quanto notevole. L’attenzione dello spettatore è soggiogata dalla presenza totemica dei quattro grandi bronzi e della ceramica scura.

Si entra subito in una dimensione visionaria, un’area fortemente sacrale eppure terrena, fatta di materia. E’ in fondo il carattere distintivo dell’artista, quello che l’ha portato alla ribalta con la Transavanguardia negli anni Ottanta. Bandite le ideologie, ripudiato il feticismo del nuovo, questa corrente artistica si è strenuamente battuta per un ritorno alle origini che non sapesse di reazionario, ma che lo stesso fosse scandalosamente privo di novità. Il ritorno alle tecniche tradizionali, la ricerca del contatto persino fisico con il passato, hanno significato una parallela rivalutazione dell’individualità, dell’artista come dell’opera. Ci si è ritrovati con un’arte “cattiva”, materiale, delirante, in cui si verificava un addensamento di sensi per coesistenza di differenze, un felice smarrimento della “retta via” a favore del piacere del vagabondaggio, negli argomenti come nel tempo. Cucchi ha naturalmente seguito una propria evoluzione poetica nel corso degli anni, il discorso si è fatto sempre più personale ed onirico, la materia sempre più smaterializzata; ciò nonostante resta il bisogno di lavorare con la tradizione, o forse ancora di più con la storia, la necessità di introdurre l’opera in un discorso che tenga conto dei suoi lunghi tempi, del passato come del futuro. Non a caso utilizza il bronzo, tecnica millenaria che assicura all’opera una vita longeva, pur riscoprendolo in un’accezione più tattile, vibrante. Nascono nel 2004 i due grandi bronzi Comandante della Luce in Perlustrazione (Cristo) I e II: sono idoli preistorici o crocifissioni trasfigurate? Di certo è forte il richiamo all’iconografia nordica della Pietà, tutta giocata in verticale, che ha in Italia una ripresa ad opera di Michelangelo nella Pietà Rondanini. Non c’è la compostezza meditata di un’opera classica ma neppure di un progetto Moderno: si rappresenta il dolore, il suo peso.

Cucchi lavora spesso con soggetti quali la morte e la malattia, ma ne riscatta la drammaticità all’interno di un circolo vita-morte-vita, come rileva il curatore Di Pietrantonio, dentro la vitalità dell’opera artistica. Non a caso, anche in campo artistico ha riscattato delle “ lingue morte” come pittura, disegno, scultura. Dai frammenti della storia, dagli slittamenti di senso, nasce nuova energia. Così che sotto la spirale di teschi della Fontana (nera), 2002/2003, circolano placidi degli asinelli indifferenti. Come dichiara lo stesso Cucchi, “Anche quello che mangiamo viene dai morti”, considerando tutti gli elementi dell’esistenza (anche le sue origini, la morte), con naturalità: “Cézanne dipingeva le mele. I miei teschi sono le mie mele.”

E’ questa spiritualità cristiana e nel contempo pagana che traspira dalle sue sculture, un continuo incrociarsi di riferimenti cristologici e sacralità viscerale, carnale. L’attaccamento alle origini potrebbe spiegarne il senso perché, sostiene Schneider, “In un territorio come quello delle Marche, dove le chiese pongono le proprie fondamenta su templi greci, si può essere contemporaneamente pagani e cristiani. L’iconografia cristiana esperimenta frequentemente per questo motivo, in Enzo Cucchi, la sublime lavorazione del paganesimo.” Quanti Idoli, infatti, incontriamo nella seconda sala della mostra? Piccoli lavori dove si apprezza maggiormente il lavoro materiale, la lotta culturale dell’uomo sulla materia, la vittoria della forma sull’indistinto di cui pure resta traccia in superfici frastagliate, nervose, riverberanti. Come ricorda Di Pietrantonio, è l’intelligenza dell’uomo che guida il fuoco a forgiare il metallo: “Disegnare, formare, simbolizzare è l’azione della scultura di Cucchi che si serve dell’azione del fuoco che deformando forma. Forma gli idoli in questo caso, in cui possiamo vedere rimandi non solo storico-magici ma anche storico-artistici a epoche preclassiche che facevano degli idoli compagni protettori della vita come della morte”.

E’ questa potenza ancestrale che aleggia nella mostra e la rende così avvincente.

Enzo Cucchi – Sculture
dal 4 aprile al 27 maggio 2007
Bergamo, Gamec (via san Tomaso 52)
Orari: da martedì a domenica 10/19:00; giovedì 10/22:00; lunedì chiuso
Biglietti: intero 4 €, ridotto 2,5 €
Per informazioni: 035/399528
Catalogo: Electa
Ufficio Stampo: CLP Relazioni Pubbliche

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